Salve amici e ben ritrovati. Nella prima parte del nostro reportage sul delitto del Vicario Vito Longo (– LE GRANDI INCHIESTE STORICHE DI MDOC – MASCALUCIA, CRONACA DI UN DELITTO. clicca qui per visionare), abbiamo tratteggiato per grosse linee, il contesto storico-culturale in cui si svolse il misfatto. Oggi, invece, ci immergeremo dentro la vicenda, esplorando più a fondo i personaggi della vicenda, i fatti e le prime ipotesi sul perché il nostro protagonista sia stato brutalmente ucciso cosi.

Ma prima facciamo un passo indietro…

 

IL PROTAGONISTA

Vito Longo nasce a Mascalucia nel 1854, di modeste origini, il padre calzolaio compie ogni sforzo per assecondare la sua vocazione, che si rileva sin dalla giovane età. Entrato in seminario durante l’arcivescovato Dusmet nei primi anni 70’ del XIX sec., si dimostra sin da subito giovane brillante e volenteroso. Nominato sacerdote, dopo alcuni anni di “gavetta” sia in Chiesa Madre che a Massannunziata, all’età di 40 anni viene nominato dal cardinale Francica-Nava, Vicario Foraneo. Figura, quest’ultima importante, in quanto non solo amministra le anime del paese ma anche l’operato di tutte le chiese.

Per la Chiesa madre, spende molto denaro per renderla più decorosa, innalzando altari e cappelle, dividendo l’unica navata in tre navate, costruendo con molti sforzi il campanile (il progetto originario ne prevedeva due ma per mancanza di fondi, non fu realizzato), accogliendo nel luglio del 1920 il primo nucleo dei Padri Passionisti (di questo fatto parleremo nei prossimi mesi) e tante altre cose inerenti la chiesa.

Dicevamo poco sopra, egli amministrava i beni mobili e immobili della chiesa, dovendo far quadrare entrate ed uscite. Inoltre la chiesa, all’epoca possedeva diversi terreni in contrada Ombra e quindi tutto il vino e l’olio prodotti da queste terre venivano conservati in chiesa.

Sotto la sua gestione, ci furono diversi tentativi di furto, per esempio, la notte di Natale del 1910 e qualche altro tentativo negli anni successivi ma quello che stava per succedere la sera del 6 gennaio 1928…

 

RICOSTRUZIONE DEI FATTI

 

6 GENNAIO 1928, ore 18 circa.

 

Finita la funzione dell’Epifania, svuotatasi la chiesa, come ogni sera, il Sagrestano Mario Tripolone chiude le porte. Il vicario, rientra nella sua casa, situata accanto alla chiesa (tutt’oggi la casa si trova sopra il salone parrocchiale, accanto al negozio di generi alimentari), mette sul fuoco un po’ di riso e nel frattempo, legge, rilegge, studia e sistema diversi documenti adagiati sullo scrittoio. Da premettere che l’uomo, in base alle testimonianze della gente che vengono riportate nel Corriere di Catania del 10 Gennaio 1928, viene dipinto come essere molto diffidente e guardingo, tanto che sorge spontanea la domanda: come sono riusciti a penetrare gli assassini senza aver forzato la porta d’ingresso e senza aver scavalcato dal giardinetto esterno, situato alle spalle della casa? Conoscevano l’uomo? Saranno rimasti nascosti in chiesa fino a che la stessa non si fosse svuotata?

 

Ore 21 circa.

 

Consumato il frugale pasto, il vicario si siede sullo scrittoio, intento a lavorare ai documenti e a leggere delle preghiere, quando nella penombra scorge una o più figure dentro casa. Non si sa se il vicario abbia scambiato qualche parola con i suoi assassini, probabilmente noi pensiamo di si, dando ragione al video-racconto del Sig. Zappalà (per chi non lo ha ancora visto, narra il fatto in questione attraverso i ricordi del nonno e del padre) dove si evince che il malcapitato abbia riconosciuto uno degli assassini.

Al rifiuto del vicario di consegnare ai ladri, i soldi della raccolta dell’olio dei mesi precedenti, i tre si scagliano sull’anziano sacerdote infliggendoli una trentina di coltellate in tutte le parti del corpo, tanto che l’indomani mattina, la stanza dove avvenne il delitto, era tutta sottosopra con carte e documenti bruciati, soldi trafugati, sangue ovunque e molti generi alimentari gettati a terra.

 

7 GENNAIO 1928, ore 10 circa

 

Come abitudine il nostro protagonista si svegliava presto per lavorare un po’ e per celebrare la solenne messa domenicale. Quella mattina però non si vide nessuno, tanto che il sagrestano preoccupato del ritardo, andò a bussare alla porta di casa. Non sentendo rispondere, corse a chiamare uno dei nipoti del sacerdote, Don Arcangelo Cantone che possedeva una copia delle chiavi. Aperta la porta, trovarono tutto sottosopra, ma la cosa più raccapricciante fù vedere il corpo dell’uomo, nudo, crivellato di colpi, adagiato sul tavolo in posizione supina con degli oggetti sopra di esso: ai piedi, un piccolo specchio spezzato, sulla mano destra un mezzo limone, ai fianchi due rametti di fiori, sul ventre un cesto di fave crude, una stadera e un fazzoletto sporco. Perché dopo aver infierito crudelmente sul corpo, gli assassini “sistemarono” questi oggetti? Che cosa stanno a significare? Cosa ci vogliono dire?

Il Corriere di Catania, cerca di dare delle spiegazioni: qualcuno che lo conosceva e voleva fargliela pagare? Per cosa? Prestito di denaro? Coprire una relazione con una donna?

Lo specchio, forse simboleggia la vanità? Il mezzo limone la bile? La stadera che giustizia è stata fatta? La cesta di fave, la resa dei conti?

A questo e agli altri quesiti risponderemo alla prossima ed ultima puntata che potete trovare qui:

MASCALUCIA CRONACA DI UN DELITTO/3° PARTE:LA CHIUSURA DEL CERCHIO.

 

Pico della Mirandola.

Clicca qui sotto per vedere la scansione del giornale in dimensioni più grandi.

Fonte: Corriere di Catania, martedì 10 gennaio 1928.

 

 

 

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