In Via Chillei (rigorosamente II° = seconda),esiste ancora l’Orfanotrofio delle Suore  Cappuccine del Sacro Cuore, “ u cullegiu” per gli amanti del dialetto. A molti, l’anonimo portone di ferro colorato in marrone che introduce al cortile di quello che fu l’asilo e la scuola elementare di molti mascalucioti non dice proprio nulla, ad altri dice invece moltissimo, perché all’interno di quelle mura, molti di noi hanno vissuto i primi  ed i più belli anni della loro infanzia. Se oggi provate ad entrare dentro, vi renderete subito conto di come sia notevolmente cambiato l’aspetto architettonico. In effetti, chi ci ha vissuto, ricorda benissimo che c’era l’ampio cortile d’ingresso a destra, mentre a sinistra al posto del fabbricato in cui furono successivamente ubicate le classi delle elementari, c’era un terreno di alberi d’arancio, da cui le suore attingevano spesso durante la ricreazione, per distribuire i frutti sbucciati riposti  in grandi secchielli di latta, ai bambini che ne facevano incetta. Che poesia!

Gli aneddoti legati all’ istituto sono tantissimi ,ma lo scrivente si limiterà a raccontare facce, sensazioni e persone di cui ha memoria.

La giornata iniziava con il suono della campanella che era posta sull’angolo all’estrema destra del cortile, da parte della suora-portinaia. I bambini dell’asilo veniva instradati verso il palazzone centrale al primo piano dove erano ubicate le classi. Una delle insegnanti era l’indimenticabile e dolcissima Suor Maria Flora, maestra d’asilo nonché Madre Superiora dell’Istituto. Di statura bassina ed esile, con occhialini quadrati,Suor Maria Flora era la classica suora gentile e sorridente, sempre pronta al dialogo con i genitori e che sapeva davvero rapportarsi con i bambini. Che se ne stavano buonissimi con lei, cosa che ai giorni nostri sarebbe davvero impensabile. Chi non ricorda l’ampio corridoio e le vocine che declamavano a perdifiato, elenchi di tabelline dell’1,del 2,del 3 e così via?

“1×1= 1 , 1×2=2” , quante centinaia di volte abbiamo ripetuto fino alla stanchezza fisica, tutte le tabelline della serie fino a quella semplicissima del 10. Fateci caso, le suore ci hanno fatto un grandissimo dono : conosciamo le tabelle benissimo e sappiamo far di calcolo a mente e non rischieremmo mai una magrissima figura come si vede ogni tanto in Tv in qualche programma d’intrattenimento. Interrogate qualcuno dei vostri figli a caso, magari con le tabelline a saltare e concentrandovi su quelle più ostiche, vedrete  quanti errori faranno. A noi, ci facevamo fare le gare di tabelline, con vincitori gaudenti e  perdenti lagnosi. Che dire poi dell’uso della “plastilina” oggi  chiamata volgarmente DAS o Pongo ,con cui si modellavano con acqua, questi rotolini di materiale argilloso fino a dargli una forma che il più delle volte, era sbilenca. Ma noi con gli occhi di bambini vedevamo in quelle storture, vasetti bellissimi, portacenere di grande pregio che poi venivano essiccati dalle suore e, successivamente colorati con colori alquanto improbabili.  Altri tempi, Viva Suor Maria Flora!

La prima parte della giornata si concludeva alle ore 12, quando un nuovo scampanio annunciava la fine delle lezioni per l’ora di pranzo. Chi abitava vicino l’istituto andava a casa, gli altri con il mitico “cestino” si recavano nel “refettorio” ,laddove la suora-cuoca, riconoscibile dalla corpulente robustezza, distribuiva un pasto caldo armeggiando con un grande mestolone dalle dimensioni innaturali. E la scena era veramente comica, perché se da una parte , c’erano i bambini piccolissimi che, seduti sui banchetti del refettorio sembravano ancora più piccoli, il passaggio della suora-cuoco con la sua enorme mole, sembrava quello di un TIR che passa tra due ali di pulcini. Alle ore 13, ricreazione in cortile fino alle 14.

L’annuncio della ricreazione aveva i connotati dell’ora d’aria agli ergastolani. Da ogni dove, spuntavano bambini dai grembiuli bianchi, neri o blu, che gridavano festanti come matti e che fuggivano in tutte le direzioni come formiche impazzite. Quell’ora sembrava volare letteralmente, talmente si era presi dal gioco, dal rincorrersi “acchiappa acchiappa”, a “miffa” ed altri giochi di cui oggi si è persa memoria. Le suore cercavano di calmierare gli animi più bollenti e scalmanati con giochi meno movimentati e culturali a cui partecipavano loro stesse. Ecco la nascita del primo “passaparola” : si trattava di fare una lunga fila seduti ed il primo della fila, suggeriva all’orecchio del compagno che gli stava a fianco una parola. Il compagno doveva poi a sua volta, ridire la stessa parola o perlomeno quello che aveva compreso all’orecchio del  compagno successivo. Nei successivi passaggi, tra l’incomprensibilità delle parole, il vociare e le grida,capitava sempre che la parola iniziale era assolutamente diversa da quella finale, pervenuta all’ultimo bambino della fila che, avendola ricevutala declamava ad alta voce. Quando era diversa, ed a volte anche un po’ volgare, giù’ tutti a ridere.

Ma hai voglia di tenere fermi i maschietti. Quelli più esuberanti volevano giocare a pallone e, dato che il pallone non erano consentito per ovvi motivi, si costruivano palloni di carta rafforzati da nastro d’imballaggio ma, nel caso, anche le pigne oppure i tappi della birra, venivano buoni per tirare quattro calci a qualcosa che si muoveva. Il più delle volte si beccava lo stinco del compagno che si liberava in un pianto di disperato. Alle 14,fine della ricreazione, lezioni fino alle 16 e scampanio finale con il “Tutti a casa”. Ma l’età della spensieratezza più sfrenata stava finendo ed i più grandicelli, l’anno venturo, sarebbero già andati in prima elementare, dove l’insegnante era la “terribile”, “torva”, “picchiatrice”, “amabilissima” Suor Sebastiana.

Ma questo sarà raccontato nella seconda parte.

G.R.

 

 

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