Pochi conoscono la genesi del Circolo “Bob Kennedy”. Neanch’io a dire il vero, ma pochissimi forse conoscono il fatto che il Circolo era stato progettato senza le due porte che danno sul Corso san Vito. Infatti l’ingegnere a cui fu era stato affidato il progetto di costruzione del circolo, che dapprima doveva essere adibito a casa parrocchiale per poi trasformarsi  in luogo di aggregazione giovanile, dimenticò di disegnare nel progetto che fu poi approvato, entrambe le porte d’entrata.

Il “Don” di solito attento a questi particolari, ne venne a conoscenza solo a carte fatte e si rabbuiò non poco. Come caspita può esistere un luogo di comunità senza le porte da cui entrare? In effetti, la realtà era paradossale. Il “Don” provò prima a convincere l’amministrazione comunale che si trattava di un evidente errore, ma di fronte all’ottusità ed alla più bieca burocrazia, dapprima si arrese e poi passò al contrattacco, magari rischiando il penale. La leggenda racconta che il buon Nicola, incaricò nottetempo alcuni muratori i quali, aprirono le due porte sulla strada, montarono le saracinesche e misero il Comune di fronte al fatto compiuto, da un giorno all’altro. Certo, non fu azione religiosamente lecita, ma caspita quando ci vuole, ci vuole. Da qual momento, s’instaurò una guerra fredda tra Comune e Parrocchia, in cui i Pepponi ed il Don Camillo nostrano non si risparmiarono colpi bassi. Il Parroco passò i guai per tanti anni, le carte bollate volarono come palloncini a San Vito, ma essendo più testardo di un mulo testardo, alla fine il “Don” l’ebbe vinta, perché fondamentalmente aveva ragione lui.

A parte quest’aneddoto simpatico, la storia del Circolo Kennedy è gloriosa. Tutti gli intonaci, lo sbiancamento delle mura ed il geniale rivestimento con tela di iuta,montata su listelli di legno e poi graffettata con apposito utensile, ebbe 3 protagonisti fondamentali : Orazio Viscuso per la parte pittorica ed i due fratelli Lentini,Gianni e “Vicenzu”per la parte più propriamente di carpenteria. Ma un po’ tutti collaborarono all’impresa, magari spostando mobilia, pulendo il pavimento, mettendo a posto. Una grande struttura per ragazzi fatta dai ragazzi, un sogno realizzato e pienamente compiuto, un impresa titanica, colossale. Con il Don, grande architetto, che quando guardava l’avanzamento dei lavori, gli si illuminavano ed inumidivano gli occhi.

Generazioni di ragazzi sono passate per il Circolo Kennedy e, ognuno di loro, non può parlarne che bene, in quanto quasi tutta Mascalucia ha un ricordo anche piccolo, legato al Circolo. Dai bigliardini  al flipper, dalla carambola al ping-pong, dal teatro ai concerti, dal cinema alle sacre rappresentazioni, dalle riunioni alla giocate a carte natalizie, financo a discoteca di Carnevale in taluni anni. Intorno al Circolo Kennedy è nata ed ha convissuto, una gran parte dei ragazzi mascaluciesi di allora e le loro vite giovanili. Ma se siete entrati almeno una volta dentro il circolo, ne avete subito ricavato l’impressione che la sua funzione primaria fosse quella di una sala ricreativa parrocchiale adibita a cinema e teatro. La presenza di un grande palcoscenico testimonia come il “Don” avesse la precisa volontà di dare alla sala questa tipica caratterizzazione.

Il periodo cinema lo ricordo come uno dei più belli della mia adolescenza. Altro che “Nuovo Cinema Paradiso”, si andavano a prendere le “pizze” dei film alle Edizioni Paoline di Catania, si consultava lo splendido catalogo illustrato dei film a disposizione e si sceglievano quelli più opportuni. Alle 15 del pomeriggio domenicale, il grande cineasta Renato Calareso era già assiso sul terrazzino che dominava la sala e pronto per la proiezione. Che tempi, sala piena,risate,film che guardavi in compagnia degli amici, una domenica bestiale. E quanta gente veniva al cinema della Parrocchia. Altro comparto ricreativo che ebbe tanto successo fu il teatro. Il “Don” iniziò lui stesso in prima persona ad istruire i ragazzi, con dei copioncini di un atto di banalissima trama che acquistava a basso costo. Lui si occupava di tutto, dai vestiti alla regia ed in compartecipazione alle scenografie. Ed aveva sempre mille cose da fare.

Quando i ragazzi crebbero ed attraversarono le esperienze adolescenziali della “sacra rappresentazione” in chiesa, grazie ad un grande regista come Filippo Minacapilli, essi ebbero modo di maturare esperienze artistiche di tipo professionale, anche nell’ambito del teatro dialettale siculo. Furono anni di grande fermento, tutti erano impegnatissimi. Dagli attori agli scenografi, dai costumisti ai collaboratori di palcoscenico, perché il teatro è la summa di tantissime azioni coordinate. Nacque la Compagnia “Amici miei” che, per circa un decennio operò all’interno del Circolo con ottimi risultati. La compagnia impegnava quasi tutti i ragazzi della parrocchia, ognuno con la sua funzione piccola o grande che fosse, ma era un meraviglioso meccanismo ad orologeria, che lasciò in tantissimi, grandi ricordi e grandi rimpianti. Alcuni di quei ragazzi successivamente, intrapresero la carriera artistica lavorativa con buona visibilità anche a livello nazionale, ma più in generale,la compagnia si sciolse perché la vita propose ai ragazzi, nuove e più decisive sfide quali lo studio, la ricerca di un lavoro e la costruzione di una famiglia. In tutti però rimase la consapevolezza di aver vissuto anni fantastici e di aver lasciato un buon ricordo.

Oggi il Circolo ha funzioni più consone alle intenzioni dei nuovi parroci, succeduti al “Don”, quelli di sala parrocchiale nel vero e più profondo senso del termine. Ed è giusto che sia così. Ma nulla potrà mai cancellare, l’utopia del “Don” ,la sua straordinaria forza visionaria, il suo “vedere oltre” anche a distanza di decenni. La sua opera come prete, come persona e come grande “educatore” di gioventù, rimarrà per sempre irripetibile.

G.R.

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