Nel 1645 il senato catanese si propone il riscatto dei casali venduti; per questo si impone una specifica tassa.

“L’anno 1652 la città malgrado tanti infortunj sofferti si trovò ad aver accumulato con il dazio imposto le somme per la ricompra dei Casali che potevano almeno abilitarla a chiederla. Fece la domanda, e perché avesse effetto vi s’impiego ad avvalorarla l’egregio concittadino, e illustre legista Mario Cutelli (questi nello stesso anno scriverà una memoria in spagnolo, Catania Restaurada, nella quale esporrà le ragioni di Catania in questa contesa).

Ma fu il vescovo Gusio che credendo di dover unire ai vantaggi spirituali…i temporali…andò a Palermo a sue spese; ivi…nulla risparmiò per arrivare al desiderato conseguimento; si vide trattar la causa nel Tribunale della Gran Corte, faticare, spendere del suo, domandare, implorare. Egli vinse finalmente” (Ferrara, 1829).

Il forte interessamento del vescovo Gussio, trovava fondamento nel timore che i nuovi proprietari dei casali avanzassero il diritto di subentrargli nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui dei rispettivi feudi. Il timore scaturiva dalla lettura dei contratti di vendita, grazie ai quali i compratori, come già ricordato, erano investiti dei diritti comprendenti fra l’altro, lo sfruttamento delle terre colte e incolte, i corsi d’acqua, i legnami, le decime, ecc. (Gaudioso, 1971).

La preoccupazione riguardava anche gli abitanti dei casali, che nei rispettivi baroni avrebbero potuto trovare pretese più immediate e onerose, rispetto a quelle avanzate dal vescovo.

Questi pericoli erano in ogni caso superati grazie ad un accomodamento. I casali erano stati venduti a titolo anticretico, cioè risolvibile; si doveva escludere la pretesa, da parte dei nuovi proprietari di dover subentrare al vescovo nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui nei boschi (Gaudioso, 1971).

Nella maggiore parte dei casi poi, gli acquirenti erano solo interessati al titolo nobiliare, e non si occuparono della gestione dei casali.

Il 17 maggio 1652 Catania domanda formalmente di ritornare in possesso dei casali. Intende riaverli “…con le loro pertinenze, nel modo e nella forma nei quali la città di Catania possedeva prima della loro vendita e al presente li detengono i loro possessori, e la città offre 149.500 scudi alle sotto indicate persone…a Domenico Di Giovanni scudi 42.500 per i casali di Trecastagni, Viagrande e Pedara dell’elenco dei già venduti in vigore degli Atti stipulati l’11 luglio e il 6 febbraio 1641” (Luog. di Prot. 364-365).

“….A Vespasiano Trigona per il prezzo del Casale di Misterbianco 12.000 scudi….a Giovanni A. Massa, o altro per esso, per San Giovanni la Punta e San Gregorio 8.000 scudi. Allo stesso, per San Giovanni Galermo, Sant’Agata, Trappeto, Plachi, Camporotondo, S. Pietro, Mascalucia e Mompileri scudi 35.000, che tutti fanno la somma di scudi 97.500; e perché si pretende che abbiano detti compratori erogato per lo jus luendi scudi 12.000 da S. M., e Regia Corte di alcuni Casali offerisce la città in tal caso che vi fosse la detta somma sborsata” (Ferrara, 1829).

Anche il parere del viceré è favorevole al reintegro dei casali “…ut casalia praedicta redducantur et redduci debeant ad eandem urbem Cathane..” (Luog. di Prot. 366). Nella risposta affermativa del Tribunale del Regio Patrimonio si accettano le tesi difese nel 1640 dal Cutelli. Con la vendita dei casali la città è rimasta priva di difesa, e ha perduto le sue rendite (Luog di Prot. 426).

Il senato catanese alla domanda di riscatto pone dieci condizioni; la più importante delle quali è: “che debba detta vendita esigersi col brachio regio, e privilegio col quale s’esigono le vendite reali per via del tribunale del Regio Patrimonio” (Luog. di Prot. 418); con questa richiesta la città pensava di tutelarsi.

I compratori rientrano così in possesso delle somme sborsate 11 anni prima, guadagnando al netto tutto ciò che era possibile guadagnare, meno le somme spese per opere pubbliche (Pistorio, 1969).

Si era intanto diffusa la notizia che gli abitanti dei casali fossero contrari a ritornare sotto la giurisdizione di Catania.

Il viceré da mandato al castellano di prendere possesso dei casali e riferire su queste voci.

Nel suo rapporto il castellano smentisce ogni atteggiamento ostile: “…io era a Misterbianco…si prese possesso non solo con quiete ma con applauso, e pubblico giubilo sonandosi le campane, e cantandosi il Te Deum. Si passò a Trecastagne, e poi negli altri casali dove anche i ragazzi cantavano viva Catania” (Ferrara, 1829).

Di diverso avviso è Alfio Longo, il quale nel libro Cenni storici su Misterbianco (1969), pubblica il contenuto di un antico manoscritto sul riacquisto dei casali da parte di Catania: “Alli 14 di maggio la città cioè tre senatori che furo: Fortunato Todisco, barone di Busciarca, don Pietro di Francesco e don Vincenzo Paternò, baroni delli Ficarazzi, andarono in Musterbianco, dove all’hora era il castellano, portando con essi molta soldatesca”.

Misterbianco era contraria a ritornare sotto l’egida di Catania, e aspirava all’indipendenza. Longo continua citando una supplica partita da Misterbianco, e inviata al viceré: “V. S. ill.ma sia servita vendere sette casali alle persone della detta città di Catania acciò detti popoli di detto casale non siano soggetti alla giurisdizione della città di Catania, stante li detti popoli di detto casale patiscono e ricevono dalli cavalieri e gentiluomini della detta città di Catania trattandoli da schiavi senza poter riportare la loro giustizia, né potere avere governo per il benefizio pubblico per servizio di Dio e di Sua Maestà, per essere detto casale discosto dalla città di Catania di cinque miglia”.

La supplica non è ascoltata. Carlo la Privitera, uno dei più influenti cittadini del paese, sostenitore dell’indipendenza del casale, è arrestato a Palermo e incarcerato (Longo, 1972). Misterbianco è occupata dalle truppe al comando dei senatori.

Altre “soldatesche” occupano Plachi e Mascalucia e “dopo delli casali di San Pietro e Camporotondo l’uomo di don Rijtano”.

Nei giorni seguenti anche i rimanenti casali sono riconsegnati alla città.

Catania mantiene i casali solo per due anni. Nel 1654, il Re ordina che i casali si rivendano agli stessi compratori di prima. “Gli abitanti di essi ne furono sommamente afflitti, e Catania ne soffrì immensa perdita, e gravissimo danno. Le disgrazie che dopo qualche tempo vennero a piombare su di essa, tennero anche lontano per sempre il pensiero di una nuova ricompra” (Ferrara, 1829).

L’insieme integrato di città e casali costituiva il terzo centro politico dell’isola. Con la perdita dei casali Catania precipiterà al nono posto per ampiezza demografica fra le città siciliane, contando appena 11.340 abitanti. La ripresa sarà lenta. Solo nel 1798 la città riguadagnerà le posizioni perdute, assestandosi in seconda posizione dopo Palermo (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

 

 

 

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