Nel 1602 per ordine del viceré fu eseguito il “notamento delli nomi et numero delli casali della città di Catania” (Real Secreteria, 1602). Nel complesso la popolazione dei casali ammontò a 18.495 abitanti (Longo, 1969). Il censimento fornì alla corona spagnola il quadro della situazione demografica ed economica della zona, dal quale scaturì il convincimento che i casali potessero essere costituiti in università e venduti con titoli nobiliari (Scandura, 1978). Alcuni casali volevano rendersi indipendenti da Catania; sintomatica è la ribellione di Misterbianco (Longo, 1969). La situazione economica di Catania e dell’isola non era prospera. La regione pativa le difficoltà finanziarie della corona, impegnata in vari e snervanti fronti di guerra: quella dei trent’anni (1618-48), il conflitto nei Paesi Bassi (1621), la rivolta portoghese (1640) e la rivoluzione napoletana (1647), (Guarracino, 1988). La pressione fiscale era insopportabile e la Spagna, per evitare il collasso, dovette ricorrere ai banchieri genovesi, che avranno un ruolo attivo nella compravendita dei casali.

Tutto ciò in Sicilia, periferia di un impero ormai in declino, aveva conseguenze ancor più gravi, dovute alle carestie, alle epidemie e all’insufficiente produzione di grano per il fabbisogno interno (Hurè, 1997).

Nel parlamento del 1639, tenutosi a Messina, le magistrature catanesi fecero presente al viceré, duca d’Assumar, le disastrate condizioni delle finanze cittadine e il preoccupante spopolamento della città. Il duca “fece ordine con il quale lusingandosi di poterla ripopolare permise che per dieci anni gl’indebitati potevano liberamente stare a Catania” (Ferrara, 1829). Questa sorta di licentia populandi, finalizzata all’accrescimento della popolazione e quindi degli introiti, avrebbe potuto produrre benefici solo nel lungo periodo. Il progetto non ebbe seguito. Occorrevano altri mezzi per “sacar dinero”.

Ferrara in Storia di Catania (1829), scriveva: “…il viceré che andava dovunque cercando denaro fece risolvere dalla Giunta che si vendessero i casali di Catania. La città ne fu vivamente addolorata. Validissime furono le istanze dei catanesi, ma il tribunale del patrimonio malgrado il voto contrario dell’avvocato fiscale Mario Cutelli che come catanese difendendo l’interesse della giustizia, e della sua patria sforzossi a provare che i casali non potevano essere vendibili, decise che si vendessero”.

Nella supplica del senato catanese contro la vendita, esposta dal Cutelli, si argomentava che Catania nei casali “all’intorno avea difesa, e sussistenza”. In caso d’attacco nemico la città, priva di difese e fortificazioni, avrebbe avuto nei casali dei figli pronti a correrle in aiuto. In oltre questi fornivano viveri, legno, carbone ed ogni altra materia di bisogno alla città. Si opposero anche argomentazioni storico-giuridiche: ossia che la vendita sarebbe stata una “lesione di diritto posseduto da tempi immemorabili”, che sarebbe stata un affronto alla secolare antichità di Catania, sempre in luce per i costanti servizi prestati in ogni tempo ai sovrani; inoltre Catania avrebbe pagato così una somma enormemente superiore a quanto nel parlamento le era stato imposto “per sua tangente” (Ferrara, 1829).

Le lamentele restarono inascoltate e nel 1640 si iniziarono le operazioni di vendita. La cessione all’asta dei casali etnei, con i relativi titoli nobiliari, fu realizzata da Pietro Corsetto. Filippo IV lo nominò vescovo di Cefalù e nel 1640, gubernator della Sicilia.

Con la vendita, l’università costituente il casale era sciolta dalla giurisdizione di Catania e dichiarata terra demaniale, vale a dire regia. Si concedeva una juritate, ossia un corpo di giustizia civile e criminale (Scandura, 1978).

Per primi furono venduti i casali di Trecastagni e Viagrande, nel 1640. Li acquistò Domenico Di Giovanni, già titolare dei feudi di Saponara e Castronovo. L’anno seguente lo stesso compratore acquistò Pedara. La famiglia dei Di Giovanni era messinese, ma d’origini aragonesi; tale ascendenza si faceva risalire a Pietro Di Giovanni, tesoriere di Pietro III d’Aragona, arrivato in Sicilia dopo il Vespro, nel 1282 (Villabianca, 1754).

I primi due casali furono acquistati per 30.000 scudi, il terzo per 12.500, con un prestito suppletivo alla regia corte di 800 onze, purché non si superasse l’interesse del 12%. (Pistorio, 1969). Il Di Giovanni divenne rispettivamente: principe di Trecastagni, signore di Viagrande e barone di Pedara. L’atto di vendita formulato in un latino ridondante, ripeteva all’infinito i medesimi concetti, al fine di evitare controversie future. Nel documento si concedeva al nuovo proprietario il diritto di mero et mixto imperio cum commoda gladii protestate, nei fatti la potestà di legiferare, governare e punire; si fissavano i confini dei casali, e si garantiva la possibilità di cedere agli eredi (habere pro se suisque heredibus, et successoribus).

Si garantiva lo sfruttamento dei boschi, delle vigne, i proventi delle gabelle, i diritti censuali (iura censualia), le affittanze (loheriia) e le decime; l’acquirente aveva anche il diritto di nomina del personale degli uffici, dei giurati e dei sindaci. Tutto quello che fino a quel momento era stato di pertinenza della Regia Curia passava, omnia includendo et nihil excludendo, nel diritto di Domenico Di Giovanni. Questi, in virtù dell’acquisto, aveva diritto a tre seggi al braccio militare del parlamento siciliano (Pistorio, 1969).

Il titolare del feudo pagava alla Regia Corte di Palermo l’adoa, un contributo in denaro che sostituiva il servizio personale che i nobili dovevano pagare, oltre il rilievo, in caso di successioni nobiliari.

Con la vendita, la pressione fiscale sulla popolazione aumentò. A ciò si aggiunse nel 1647, una terribile carestia, che a Catania provocò “tumultuazioni popolari” (Ferrara, 1829). Dal 1640 si erano intensificate le riscossioni dei donativi dovuti all’erario pubblico: gabelle sulla seta, sul taglio del legname, donativo delle fortificazioni, delle galere regie, delle macine e delle regie tande. A questi donativi si aggiunsero le tasse da pagare al nuovo barone. I balzelli erano riscossi dai giurati, che costituivano l’officium juritatis urbis.

I giurati erano nominati dal viceré per proposta del feudatario. Essi amministravano il casale in sua vece, controllavano la vendita dei prodotti alimentari e riscuotevano le imposte, sia per il barone, sia per la Regia Curia (Scandura, 1978).

La permanenza di Domenico Di Giovanni nei nuovi feudi durò poco. Dopo aver apposto simbolicamente il blasone di famiglia sul palazzo di residenza e all’ingresso di Trecastagni, si ritirò a Messina, dove morì nel 1666 (Villabianca, 1754).

Finanziatore e garante del Di Giovanni fu il banchiere Giovanni Andrea Massa. Questi dopo aver finanziato l’acquisto dei primi casali, reputò più conveniente agire in proprio.

“…La famiglia Massa prende origine dalla repubblica di Genova ed è molto avanzata nel nostro regno per i feudi, e i vassallaggi, che vi possiede. Fu esso Giovanni Andrea il primo duca di questo titolo per concessione avutane dal Sermo Re Carlo II con privilegio dè 25 maggio 1667. Ottenne egli la carica nobilissima di deputato del Regno nel 1654, ed arricchì la sua famiglia con gli acquisti delle terre di San Gregorio, Trappeto…, ecc.

Comprò ancora i feudi di Bonvicino, Cattafi, e Fanaco. Cesse finalmente al fato estremo di sua vita in Palermo, e fu sepolto nella chiesa del Monastero delli sette Angioli” (Villabianca, 1754).

Nel 1642 il Massa acquistò per 32.000 scudi il casale di Misterbianco, che rivendette subito dopo a Sebatiano Trigona per 12.000 scudi, più altri 20.000 quale donativo alla Regia Corte, col titolo di marchese.

Nel 1645 acquistò i casali di San Giovanni la Punta e San Gregorio, per 8.000 scudi (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Restava un altro gruppo di nove casali, per i quali si decise la vendita attraverso un regolare bando: “Cui volesse attendere alla compra delli casali…chiamati Mompileri, San Pietro, Camporotondo, San Gioanne, Li Plachi, Sant’Agatha, Trappito, Tremisteri, Mascalcia, conforme al contratto della vendita fatto di Misterbianco con titolo di Barone per ognuno di essi… facci la sua offerta et la presenti nella corte della Regia Secrezia….che si libererà al meglio offerente…” (Luog. di Proton. 307).

L’offerta sembrava conveniente, perché era concesso per ogni casale il titolo di barone. Ma non era difficile capire che si trattava di “merce” svalutata, perché bastava acquistare piccoli casali, abitati da poche centinaia di persone per fregiarsi di un titolo nobiliare.

Le offerte furono diverse. La più vantaggiosa fu quella del banchiere genovese: “… Giovanni Andrea Massa offerisce a Vostra Eccellentia comprare….tanto per esso o persone nominande e loro eredi e successori, in perpetuum carta gratiae reddimenti li nove casali nominati di Catanea….con tutto loro integro territorio, membri e universe pertinenze che li spettano… e col loro vassallaggio, creatione di officiali, giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio, frutti, introiti e proventi per ognuno di detti casali…” (Luog. Di Prot. 305).

Massa all’acquisto pose determinate condizioni: 1) avrebbe potuto rivendere i casali a chi voleva; gli eventuali compratori dovevano essere trattati “come se comprassero dalla Regia Curia, et si intendano baroni”. 2) la Regia Corte avrebbe potuto rientrare in possesso dei casali, versando il prezzo ricevuto, oltre gli interessi e le somme dovute per i miglioramenti prodotti. 3) al contratto doveva subito seguire “l’effettiva e real possessione di tutti detti casali”. 4) il compratore offriva 35.000 onze (Longhitano, 2000).

L’offerta e le condizioni furono accettate. Si diede così via alla stipulazione del contratto, firmato il 22 dicembre 1645.

Il contratto seguiva lo schema dei precedenti: si specificavano i motivi della vendita, dovuti alla necessità di incamerare denaro a causa delle guerre del Portogallo e Barcellona.

Si attestava la separazione dei casali da ogni giurisdizione civile, criminale, possesso e dominio da Catania.

Il feudatario aveva potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria. Nell’amministrazione della giustizia non era in ogni caso immune da vincoli. Esclusi dalla sua giurisdizione erano i reati più gravi e “semper excepitis criminibus heresis et lese divine et humane Maiestatis”. (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Il cambio di proprietà impose la demarcazione dei confini o “finàite” per ogni casale. L’incarico fu affidato al capitano d’armi Francesco Antonio Costa, che approntò anche le piantine. Costa incontrò notevoli difficoltà tecniche nel distinguere i casali di Sant’Agata, Trappeto e Tremestieri. Questi formavano un corpo intero e sarebbe stato opportuno lasciarli uniti, in un’unica realtà amministrativa. Dei tre casali solo Tremestieri vantava una certa consistenza demografica ed economica, mentre Sant’Agata e Trappeto erano di “pochissima conditione” (Luog. di Prot. 112).

Per motivi economici e politici, sia la Corte, sia il Massa, decisero di separare i tre casali (Longhitano, 2000).

Nel 1646 Giovanni Massa cedette Tremestieri a Pietro De Gregorio Buglio, che acquistò il titolo di duca. La vendita riguardò solamente il titolo feudale, perché l’utile possesso del casale restò al Massa (Distretto scolastico N° 18, 1993).

Nello stesso anno Massa vendette il casale delli Plachi e di Galermo a Girolamo Gravina Cruyllas.

Il Gravina, d’origini normanne, due anni prima aveva acquistato il titolo di principe. Successivamente, nel 1669 otterrà il marchesato di Mompileri (Incardona, 1984).

Il casale di San Pietro, acquistato da Andrea Massa, è nel 1646 venduto ad Antonio Reitano, che acquisisce il titolo di principe. Nel 1683 il titolo nobiliare passa a Francesco Pietrasanta. Nel 1774 l’investitura del titolo succede ad Egidio Pietrasanta, figlio di Francesco.

Nel 1779 il casale di San Pietro è acquistato dal nobile catanese Giuseppe Mario Clarenza. Questi all’originario nome aggiunse il proprio cognome, creando all’attuale San Pietro Clarenza (Tomasello, 1980).

Nel 1649 il marchese Diego Reitano acquistò da Antonio Reitano la proprietà del piccolo casale di Camporotondo.

Il prezzo della vendita fu di 2.800 once. Nel contratto di vendita il patrimonio fondiario non fu sottoposto ai vincoli e agli oneri feudali, ma restò esente dal servizio feudale e quindi “franco allodico con mero e misto impero” vale a dire con autorità di una o più persone (Distretto scolastico n° 18, 1993).

di Gabriele Grimaldi

 

 

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