I primi di marzo del 1669, l’Etna cominciò a tremare, e dopo numerose scosse sismiche ebbe inizio la più celebre e distruttiva eruzione etnea.

Il canonico Giuseppe Alessi in Storia critica dell’eruzione dell’Etna (1840), scrisse: “L’etnea eruzione dl 1669, ebbe luogo nel giorno 11 di Marzo. Sin dal giorno otto dello stesso mese, primo Venerdì di Quaresima, continui e fortissimi tremuoti scuotevano la terra; le case sembravano galleggianti navi su fortunoso mare….”.

Giovanni Andrea Massa in La Sicilia in prospettiva (1709), si occupò dei quegli avvenimenti: “Per quattro intieri mesi diluvii di boglienti ceneri e così dense: di arene bruciate, e così folte, di fumo, di caligini, che fattane l’aria dappertutto tenebrosa, si moltiplicavano al giorno eclissi di tenebre palpabili, e morta anche su più fitto meriggio la luce di sol che chiara era, facevasi buio di mezzanotte….un gran mare di fiamme bituminose….diramatosi in fiumi e in torrenti….elevandosi in su 50 e 60 palmi di altezza, occupavano la latitudine di tre, quattro o più miglia…. distruggendo e consumando terre e ville, tra le quali si contano, Mompileri, Misterbianco, San Pietro, Camporotondo, Torre del Grifo, Falliche, Mascalucia, La Guardia, Malpasso, Botteghelle, Galermo, S. Antonio, li Casali delli Lombardi e li Carusoti…”.

Un’altra testimonianza è fornita dal Recupero nella celeberrima opera Storia naturale e generale dell’Etna (1815): “…il terremoto cominciò la notte dell’otto Marzo 1669, alle ore tre. Andò sempre crescendo. Seguì il terremoto il giorno 9 Marzo e domenica 10 Marzo 1669. Alle ore 18 di domenica si aprì la terra e si fece una spaventosa fenditura lunga circa dodici miglia, che cominciava dal Piano di San Lio e terminava nella vetta dell’Etna”.

La prima fenditura si aprì quindi l’8 Marzo, a sud di Nicolosi, i cui abitanti, terrorizzati cercarono rifugio a Mascalucia nel quartiere delle Falliche. L’11 Marzo, verso ponente, si aprì una larghissima voragine, nel monte chiamato della Nocella, alle spalle di Mompileri. Alla mezzanotte dello stesso giorno un’altra bocca si aprì nel quartiere della Guardia di Malpasso, allagando buona parte di quella terra. La stessa notte, intorno alle due, altre bocche si aprirono più a sud. Una di queste circondò il monte di Mompileri in ogni lato e bruciò tutte le vigne, giardini e possedimenti (Mancino, 1669). Mompileri, sembrava poter essere salvata grazie all’omonimo monte che da nord la sormontava, ma “..la fiumana andò rapida ad urtare nella base settentrionale del monte. Ed invisceratosi in esso, venne…a sboccare dalla parte meridionale di detto monte….scompaginato il monte dalla veemenza e rapidità del torrente, si squarciò da per tutto anche con fenditure di un palmo….s’aprì con grandissimo trepido quasi nel centro, s’abbassò…si otturò quel canale procacciatosi da quel torrente, il quale poscia fu obbligato nel corso trasversale circondare detto monte dalla parte di oriente, e poi andare a seppellire la vicina terra di Mompileri, come successe la stessa notte” (Recupero, 1815). I mompilerini, smarriti e confusi dalla violenza e rapidità degli eventi, non misero in salvo le preziose statue della Madonna e dell’arcangelo Gabriele, che restarono sepolte all’interno della Chiesa Madre. Questa colata la cui larghezza superava le due miglia, la notte successiva, quella del martedì, prese la volta di Mascalucia (Mancino, 1669). La mattina del 13 Marzo il fiume di lava raggiunse il territorio di Mascalucia; bruciò il quartiere dei Lombardoti e lambì quello dei Marletti, continuando la sua discesa verso la zona dei Carusoti, “qui abbruciò da cento case e molte possessioni e si inviò per il casale di San Giovanni Galermo (Lombardo, 1966). Il 15 marzo la lava minacciò il quartiere dei Cantuni.Quattro giorni dopo, le fertili campagne di Torre del Grifo, a nord del paese, furono coperte dalla lava. Il 23 l’eruzione seppellì completamente i quartieri: Fallichi, Carusi e Lombardi. I mascaluciesi, memori di quanto avvenuto a Mompileri, misero in salvo la statua del loro patrono, S. Vito, e in processione la portarono a Catania, per sistemarla in cattedrale, dove nel frattempo giungevano i simulacri dei santi venerati in altre zone minacciate dalla lava (Aiello, 1996). Quei giorni furono un susseguirsi di processioni, veglie e preghiere. Il velo di S. Agata fu portato in processione per cercare di arrestare il fiume di lava. Buona parte del territorio di Mascalucia fu sepolto dalla lava e reso sterile e improduttivo (soprattuto la zona occidentale); i danni furono ingenti. Molte famiglie furono costrette ad emigrare a Catania, o nei paesi della piana (Militello e Francofonte).

Tali emigrazioni, secondo i calcoli di Domenico Aiello, causarono una riduzione demografica di circa il cinquanta per cento, passando da 1.715 ab. nel 1666 agli 875 del 1673. (I calcoli sono stati fatti consultando l’Archivio della Curia Arcivescovile di Catania).

Il 9 e l’11 gennaio 1693, sotto il governo spagnolo del viceré Uzeda, la parte sud-orientale dell’isola fu sconvolta da quattro violentissimi terremoti. La scossa dell’11 fu relativamente breve, durò, come scrissero i cronisti dell’epoca “lo spatio di un miserere”, ma fu la più rovinosa. Abbiamo poche notizie su ciò che successe a Mascalucia in quel frangente; sappiamo che il paese fu seriamente danneggiato; le chiese di S. Rocco e di S. Nicolò furono rase al suolo. La chiesa di S. Vito subì dei danni, ma restò agibile (Aiello, 1996). I morti furono 55 su una popolazione di 1.413 abitanti (Baratta, 1901).

Il diciottesimo secolo fu il periodo della ricostruzione post terremoto, e dei tre esperimenti di governo straniero che si susseguirono in Sicilia fin quasi al 1765: il governo dei Savoia, quello di Vienna, e dei Borboni di Napoli.

Mascalucia, pur nelle difficoltà legate alle carestie, epidemie, alle guerre e al non razionale sfruttamento della terra, riusciva ad avere un ruolo importante nell’area pedemontana. A Mascalucia c’erano la Corte Spirituale e quella Capitaniale. In quel periodo il paese fu scelto dai Benedettini come sede di villeggiatura. Questi risiedevano e officiavano in contrada Sant’Antonello, a sud del paese, vicino alla chiesa di S. Antonio Abate.

Si deve ai Benedettini la realizzazione della sacrestia, del coro ligneo e dei confessionali presenti all’interno della Chiesa Madre (Aiello, 1996).

di Gabriele Grimaldi

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