I casali “di lu paysi di Cathania” costituivano fin dalla dominazione normanna, con la donazione fatta nel 1091, da Ruggero d’Altavilla al vescovo Angerio di Catania, la principale fonte di reddito della chiesa etnea, attraverso il taglio del legname, i pedaggi, le decime e i balzelli sui mulini; “Redditus et proventus catanensis Ecclesiae vidilicet forestam, dohanam, fundacos, ecc.” (De Grossis, 1654).

Nello stesso periodo, papa Urbano II, confermava e accresceva le prerogative vescovili: “Facendo nel 1091 un’amplissima donazione alla chiesa vescovile, seu monasteriale, nella quale allora risiedeva Angerio, abbate e vescovo di essa….di nuovo le conferma accrescendole di maggiori prerogative dando alla chiesa suddetta e per essa al vescovo e suoi successori, tutta la giurisdizione e potestà colle preminenze solite tenersi dalli Re e Principi terreni nelli lochi del loro dominio” (Longo, 1972).

In seguito a queste donazioni, la Curia estendeva i suoi tenimenta nei territori di Pedara, Trecastagni, Viagrande e Nicolosi (Gaudioso, 1929). Così erano anche gli altri casali del bosco etneo; le città erano: Catania, Aci e Paternò. La nascita e lo sviluppo in forma stabile d’alcuni casali si deve alla vicinanza con i monasteri, soprattutto benedettini. I monasteri suddetti costituivano la meta d’uomini che si dedicavano all’agricoltura e che arrivavano anche dalla Calabria. Hanno origine agricolo-religiosa le denominazioni della bassa latinità Tria Monasteria (Tremestieri), Tri Castra (Trecastagni), La Pidara (Pedara) Monasterium Album (Misterbianco); (Scandurra, 1978).

In questo periodo le notizie sui casali riguardano le controversie e le angherie sugli usi consentiti in questi territori.

Nel 1168 il vescovo Ajello mosso da pietà e misericordia verso gli abitanti dei casali, volendo porre fine agli arbitrii dei suoi predecessori, concedeva l’esercizio degli usi nei boschi etnei e l’esportazione dei prodotti entro e fuori la città. Il vescovo come contropartita riceveva le “decime” in natura (De Grossis, 1647).

Nel 1239, sotto Federico II, Catania e i casali furono reintegrati al Regio Demanio, causando la situazione paradossale di una città demaniale (Catania) priva di un proprio demanio, la quale, pur continuando ad esercitare la propria giurisdizione amministrativa sui casali, non ne aveva alcuna sul territorio degli stessi (Sapienza Pesce, 1998).

I casali, chiamati anche i “vigneti di lu paysi di Cathania” erano quelli “di la contrata di mumpileri, di sanctu petru, di la maniscalchia, di la pidara, di trimustera, di tricastagni, di santu Johanni di la punta e della contrata monti albi” (Atti dei giurati, 1447).

I conflitti sull’utilizzazione del bosco etneo continuavano. Nel XVI secolo i vescovi erano soliti disboscare i terreni appartenenti al Regio Demanio, al fine di aumentare le terre coltivabili, e incrementare così le entrate da affitti e canoni enfiteutici (Longhitano, 2000). Questa politica di sdemanializzazione dei boschi, attuata dalla mensa vescovile, era un danno per i cittadini dei casali, cui era garantito l’uso imprescrittibile di questi territori. Le legittime rimostranze delle popolazioni, che non volevano subire le angherie del vescovo, per gli usi da loro sempre esercitati nei boschi, trovarono il sostegno sia del senato catanese, sia della Corona (Gaudioso, 1971).

di Gabriele Grimaldi

 

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