In questa pagina trovate ampi estratti, tratti da W.Panciera – A. Zannini, Didattica della storia, Le Monnier, Firenze, 2013, per offrirvi degli strumenti di base sulla metodologia della ricerca storica, e quindi su come si fa la Storia.

Per una visione d’insieme sulla “storia” della storiografia vi rimandiamo a questa voce dell’Enciclopedia Treccani “metodologia della ricerca storica” in Dizionario di storia. 

DATAZIONE, CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE

L’insieme coerente di una serie di date riferite a un determinato oggetto di studio costituisce una cronologia, cioè l’ordinata successione nel tempo degli eventi principali relativi all’oggetto medesimo. La costruzione di una cronologia, che può essere più o meno dettagliata, è già per sé, dunque, il frutto di una scelta e di una interpretazione di primo livello perché necessita di una selezione preliminare degli eventi che vengono considerati essenziali.

A un livello più alto, è però il lavoro di periodizzazione ad assumere un’importanza fondamentale. Periodizzare, cioè ritagliare sulla retta del tempo i segmenti corrispondenti alla durata di un certo fenomeno, significa per lo storico attuare un’operazione prima di tutto di carattere interpretativo. In altre parole, attraverso la periodizzazione si ottiene sia di fissare i limiti temporali estremi del fenomeno in esame, sia di evidenziarne i momenti di discontinuità. Inoltre, la periodizzazione ha una funzione di tipo persuasivo, nel senso che si tratta anche di un artificio retorico che ha il compito di trasmettere una certa visione sintetica di un determinato processo storico nel suo complesso.

In conclusione, l’operazione del periodizzare è assolutamente fondamentale, anche sul piano didattico, perché integra le indicazioni cronologie con il carattere problematico della storia. Anzi, creare contro- o antiperiodizzazioni è esercizio quanto mai utile, che stimola nel discente il senso critico, lo abitua a considerare la storia come una materia plastica, soggetta a continue precisazioni e a frequenti aggiustamenti.

LE FONTI E LA LORO INTERPRETAZIONE: IL RUOLO DELLE TESTIMONIANZE

La maggior parte delle persone è convinta, seguendo il buon senso, che essere spettatori diretti degli avvenimenti costituisca una garanzia per una più corretta intelligenza dei medesimi. Purtroppo, invece, sappiamo benissimo quanto le particolari condizioni nelle quali si trova un osservatore, i suoi pregiudizi e le sue convinzioni giochino un ruolo determinante nella registrazione dei fatti. Inoltre, la memoria individuale è uno strumento assai imperfetto, in quanto opera una forte selezione delle informazioni, in base a principi fisiologici non completamente chiariti e comunque in buona parte irriflessi e arbitrari.

Per uno storico, in conclusione, l’impossibilità di un’osservazione diretta dei fatti non costituisce un reale problema.

DOMANDE E IPOTESI

Comunque nascano, le domande rivolte alla conoscenza del passato sono sempre frutto del presente e questo spiega, almeno in parte, anche l’esistenza di vere e proprie mode storiografiche, destinate nei casi migliori a confluire poi nell’ambito di storie settoriali con piena dignità scientifica. Come in tutte le discipline scientifiche, anche nella ricerca storica alle domande seguono o meglio si accompagnano precise ipotesi di lavoro, che naturalmente non devono precostituire una soluzione ai quesiti. Il rischio che corre la storia non è dissimile, in questo senso, da quello a cui si espongono le scienze cosiddette esatte.  Sono l’onestà del ricercatore, il rigore metodologico, infine il consenso della comunità scientifica a validare l’esito della ricerca e i risultati cui essa perviene.

Buona parte del lavoro dello storico è, in sintesi, legato al corretto utilizzo delle fonti, alle quali da qualche secolo, per lo meno dall’età rinascimentale, gli storici affidano di fornire la prova delle loro asserzioni.

DEFINIZIONE DI FONTE, CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA

In generale è possibile definire come “fonte” qualsiasi elemento, materiale o immateriale, che lo storico individua come adatto a fornire risposte ai problemi che si è posto. Le fonti cosiddette “indirette”, o “secondarie”, o “derivate” corrispondono, in pratica, alla storiografia già esistente sull’argomento in questione, sono cioè la massa di conoscenza che si è formata in precedenza grazie allo studio e all’interpretazione che altri hanno fornito del materiale, per così dire, grezzo, assieme alla riflessione teorica e storiografica a riguardo.

Il primo dovere dello storico è così la raccolta e l’esame aggiornato della bibliografia esistente sull’argomento che intende affrontare. In fin dei conti, questa costituisce una delle differenze più evidenti tra storici professionisti e storici dilettanti: i primi si ritengono collocati all’interno di una comunità scientifica e quindi si sentono in dovere di consultare tutti i suoi esponenti attraverso le loro opere; gli storici dilettanti, invece, normalmente insofferenti verso le bibliografie erudite, tendono spesso ad essere autoreferenziali e a coltivare i loro particolari interessi senza curarsi troppo di quanto hanno fatto gli altri.

Le fonti primarie sono le testimonianze dirette, di qualsiasi genere. Sono fonti storiche le fonti scritte originali, conservate in archivi pubblici e privati; le fonti a stampa; le fonti iconografiche; le fonti sonore e visive; sono fonti storiche le opere letterarie; gli oggetti, i manufatti, le costruzioni, i paesaggi, ecc.

In conclusione, va sempre tenuto conto che in realtà non esiste un numero finito di fonti, e che, per certi versi, è lo storico che “crea” una fonte nel momento in cui la scopre e decide di utilizzarla.

L’ESAME CRITICO DELLE FONTI

L’analisi critica delle fonti primarie si articola in quattro fasi fondamentali, che spesso si svolgono simultaneamente, ma che è utile elencare in successione logica per comprenderne appieno il significato.

Esse sono: la decifrazione, l’esame del contenuto, la prova dell’autenticità, la definizione del grado di attendibilità.

Ciò che lo storico non può fare a meno di approfondire dovendo valutare l’autenticità della fonte, è conoscere quanto più dettagliatamente possibile, oltre al motivo causale, il contesto entro cui essa è stata prodotta; individuarne, se e per quanto possibile, gli autori, le modalità di creazione, i tempi, le ragioni della sua produzione.

Molto più difficile da distinguere e da determinare è, invece, un contenuto falso all’interno di una fonte autentica: è la questione dell’attendibilità della fonte. L’unico vero criterio di attendibilità di una fonte è la sua comparazione e il confronto con altre fonti. Come nel caso della fase istruttoria di un processo, il confronto delle testimonianze porta a costruire una sorta di scala di attendibilità: ci sono testimoni più o meno affidabili, asserzioni più o meno oggettive. Il criterio di attendibilità non è cioè esprimibile in modo dicotomico, secondo un modello vero-falso, ma è simile a una funzione continua, si muove da un minimo a un massimo di verità.

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