Antonietta Longo, la decapitata del lago. «Uccisa due volte nell’Italia maschilista degli anni ‘50»

b2ca99ce-3954-45fb-8fd6-90210a1ea552edf0b76b-1790-41fa-b7e3-98483b913a35«Zia Antonietta era una semplice cameriera, ingenua e sprovveduta. La ricostruzione prevalente fu questa: era rimasta incinta e il futuro padre le aveva promesso di portarla all’altare…»

Ma lei scopre che lui è sposato e si arrabbia. O lui ci ripensa. E indossa i panni di un killer spietato…
«Queste furono due ipotesi, ma ritengo sia andata diversamente. Si volle coprire uno scandalo ancora più grave. Di certo zia Ninetta non meritava una fine tanto orrenda. Né prima, quando le mozzarono la testa e strapparono le ovaie, né dopo, quando la stampa prese a dipingerla come una poco di buono».

Era l’Italia misogina degli anni ‘50: le donne non potevano entrare in magistratura e l’adulterio femminile era considerato un reato, punibile con due anni di carcere. Lei pensa a una regia per salvare l’assassino?
«L’inchiesta fu caratterizzata da ritardi e depistaggi continui. Ugo Macera, superpoliziotto dell’epoca, promise a mia nonna che avrebbe catturato l’assassino in breve tempo, ma a un certo punto iniziò a brancolare nel buio, a fermare uomini alla cieca: un macellaio, un chirurgo, un falso conte. Perché? A pensar male, diceva qualcuno…»

Cesare Gasparri, datore di lavoro di Antonietta Longo
Cesare Gasparri, datore di lavoro di Antonietta Longo

La decapitata del lago: così la ribattezzarono giornali e rotocalchi. Sono passati quasi 65 anni ma a Mascalucia, in provincia di Catania, non l’hanno dimenticata: la sua fine è entrata tra le leggende locali e il nipote, Giuseppe Reina, la cui nonna, Grazia, era sorella della defunta, sta lavorando a un progetto che ne riabiliti la memoria. Un cortometraggio, forse un film. La sceneggiatura, presa dalla realtà, è già scritta. Da brividi: Antonietta Longo, nata nel 1925, scappata dalla miseria più nera sulle pendici dell’Etna per cercare fortuna a Roma, dove lavorava come domestica nella famiglia di Cesare Gasparri, funzionario del ministero dell’Agricoltura, il 10 luglio 1955 fu trovata morta sulla riva del lago di Castel Gandolfo da un meccanico e un sagrestano, talmente spaventati da aspettare due giorni prima di dare l’allarme. Aveva 30 anni, aspettava un bambino. Scena choc: nuda, il corpo trafitto da 13 coltellate, il pube mutilato e coperto da un paio di pagine del Messaggero. La testa mancante.

Antonietta Longo
Antonietta Longo

Ninetta, come la chiamavano in famiglia, era scomparsa dal 1° luglio: aveva lasciato la casa signorile di via Poggio Catino, al quartiere Africano, dove prestava servizio da sei anni, e fatto una telefonata dal bar a un certo Antonio, componendo un numero che cominciava per 7. Forse aveva dormito da lui, il fidanzato segreto. In zona Appio o Tuscolano, stando alla prima cifra. Nei giorni precedenti aveva ritirato tutti i suoi risparmi dall’ufficio postale di piazza San Silvestro (231 mila lire), acquistato un grazioso vestitino blu (per 6.900 lire) da Mases, in piazza Sant’Emerenziana, lasciato due valigie contenenti abiti e biancheria intima al deposito bagagli della stazione Termini, come in vista di un viaggio di nozze. Poi aveva scritto alle due sorelle, a Mascalucia, dicendo che era felice, amava un uomo e presto avrebbe dato loro un nipotino. Solo illusioni. La lettera arriverà a scempio compiuto, nei giorni in cui il lago era solcato da barche con a bordo ufficiali in divisa e la boscaglia perlustrata metro per metro, in cerca del macabro pezzo mancante.

«Una cosa possiamo darla per certa – afferma Giuseppe Reina, curatore della pagina Fb “Mascalucia Doc” – la testa non era e non è in fondo al lago. Su questo non v’è dubbio».

Spieghi meglio. Perché?
«Gente capace di quella crudeltà e freddezza non butta in acqua la prova di un crimine orribile, la testa di una donna, rischiando che venga a galla subito dopo. L’assassino deve averla distrutta. Però commise un errore».

L’orologio.
«Esatto. Mio padre Orazio tempo prima aveva regalato a zia Ninetta un orologino marca Zeus che fu trovato al polso della salma. L’assassino si dimenticò di toglierlo, oppure pensò fosse un oggetto comune. Invece non lo era. Papà, che oggi ha 90 anni ed è l’unico testimone vivente, fu convocato in questura a Catania: gli misero davanti tanti modelli diversi e lui lo riconobbe all’istante».

Intervista concessa da Giuseppe Reina a Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera.

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