Antonietta Longo: l’articolo de ilgiornale.it del 19 ottobre 2020

Un corpo senza testa, un orologio da polso e un presunto amante misterioso. Sono i cardini attorno ai quali gira un giallo iniziato 65 anni fa e che ancora oggi non ha colpevoli né soluzioni. Si tratta della morte di Antonietta Longo, una ragazza 30enne, il cui corpo venne ritrovato sulle rive del lago Albano, vicino a Castel Gandolfo, nel 1955. Da quel momento fu un susseguirsi di piste, ipotesi e presunti colpevoli, che però non portarono a nulla e il caso della “decapitata del lago” rimane ancora un mistero.

Il ritrovamento al lago

Il 10 luglio del 1955, due uomini a diporto sul lago Albano si fermarono a riva e intravidero qualcosa tra i cespugli. Quando si avvicinarono, si trovarono davanti una scena impressionante: un corpo nudo di donna giaceva sulla riva, con la parte superiore ricoperta da alcuni fogli di giornale del Messaggero del 5 luglio dello stesso anno. Fogli che nascondevano una decapitazione. Al cadavere infatti mancava la testa. Rimasti profondamente sconvolti dalla scoperta, i due uomini avvisarono le forze dell’ordine solamente due giorni dopo, il 12 luglio. Gli investigatori, a quel punto, si recarono sul luogo del ritrovamento per eseguire il sopralluogo e il medico legale incaricato svolse l’autopsia: scoprì che la donna era stata accoltellata più volte all’addome e alla schiena e che dopo la morte, fatta risalire al 5 luglio, era stata decapitata. La testa, dissero allora i medici, era stata staccata da “mani esperte”. Inoltre da questo primo esame emerse, come riportarono i giornali dell’epoca, che la donna era stata sottoposta a “un’operazione agli organi genitali interni, con asportazione del corpo dell’utero e dell’ovaia di sinistra” (informazione che poi si rivelò errata). “I poliziotti mi avevano messo fretta – rivelerà 10 anni dopo all’Unità il medico legale incaricato dell’autopsia – e io fui tratto in inganno da alcuni fenomeni di decomposizione del corpo”. Al tempo – è bene ricordarlo – non c’erano gli strumenti e le tecnologie di oggi, per cui gli esami e le analisi sui campioni risultavano molto diversi.

Dato lo stato in cui era stato ritrovato il corpo, identificare la donna si rivelò difficile. Tanto che la questura di Roma comunicò le caratteristiche della vittima, così da circoscrivere le ricerche tra le persone scomparse. Così, vennero precisati alcuni dati: “1) l’età della morta può presumersi dai 28 ai 35 anni circa; 2) corporatura media con altezza non superiore a m. 1,60 e gambe dritte; 3) pelle bruna con formazioni pilifere di colore scuro, quasi nero, e peli diffusi sulle gambe; 4) unghie dei piedi e delle mani sufficientemente curate; 5) sul corpo è stata sicuramente rilevata una cicatrice nel quadrante inferiore destro dell’addome riferibile a un intervento chirurgico per appendicite; 6) la vittima risulta inoltre avere subito un’operazione agli organi genitali interni con asportazione del corpo dell’utero e dell’ovaia di sinistra”.

La svolta grazie a un orologio

L’identificazione del cadavere si rivelò tutt’altro che semplice. Ma la svolta arrivò grazie a un orologio da polso, l’unico oggetto rimasto addosso alla vittima, che fu ritrovata sulle rive del lago completamente nuda. Si trattava, infatti, di un orologino di marca Zeus di cui erano stati venduti solamente 150 esemplari. Gli inquirenti iniziarono a incrociare i dati degli acquirenti degli orafi con le denunce delle persone scomparse. Emerse un nome, quello di Antonietta Longo, che all’epoca aveva 30 anni e lavorava come domestica in casa della famiglia del dottor Cesare Gasparri, funzionario del Ministero dell’Agricoltura. Dal 5 luglio non si avevano più sue notizie. Nonostante le titubanze iniziali, il nipote della vittima Orazio Reina riconobbe l’orologio Zeus che lui stesso le aveva regalato: quando vennero mostrate ai familiari le immagini dell’orologio, infatti, essi non erano sicuri che si trattasse proprio di quello di Antonietta. Secondo quanto si legge nel numero dell’8 agosto 1955 dell’Unità, sulla cassa esterna dello Zeus della donna c’era un segno non ritrovato su quello al polso della vittima. Gli investigatori però sottolinearono il fatto che “al più tardi cinque o sei mesi fa l’orologio trovato al polso della vittima venne portato da un orologiaio e sottoposto alla cromatura, che cancellò il primitivo strato dorato che ricopriva la cassa. Niente di più facile che, durante questa operazione, sia scomparso quel segno particolare”.

Successivamente, il confronto con le impronte digitali del cadavere e quelle trovate in casa Gasparri diedero esito positivo e il 16 agosto del 1955 i familiari della donna riconobbero ufficialmente il corpo. E in tutta Italia scoppiò il caso della “decapitata di Castel Gandolfo”, che per diverso tempo alimentò le pagine dei giornali. Ma chi era Antonietta Longo? Nata nel 1925 a Mascalucia, comune in provincia di Catania, a 4 anni finì in un collegio dove rimase fino a 21 anni: “Era entrata in un collegio per fame, come si diceva ai tempi – ha spiegato al Giornale.it il pronipote della donna, Giuseppe Reina – Antonietta era la mia prozia, ma fino a 30 anni fa non conoscevo la sua storia. Mio padre (il “famoso” Orazio che le regalò l’orologio, n.d.r) non me l’ha mai raccontata, forse per pudore”. Una volta uscita dal collegio, Antonietta andò dalla sorella Grazia a Camerino. Poco dopo, “nel 1949, le venne trovato un lavoro come domestica a Roma, dalla famiglia Gasparri, e vi si trasferì”.Antonietta Longo

Le ultime tracce di Antonietta

Nel 1955, il team di investigatori guidato da Ugo Macera, superpoliziotto dell’epoca che si occupò anche del caso Montesi, risalì agli ultimi spostamenti di Antonietta. Scoprì così che, qualche mese prima della morte, la donna aveva ritirato tutti i suoi risparmi, pari a oltre 230mila lire. Inoltre, il 4 aprile, aveva lasciato una valigia con degli indumenti nel deposito bagagli della stazione Termini. Poi, il 24 giugno, aveva acquistato un’altra valigia e l’aveva riempita di biancheria, vestiti e altri oggetti, che al tempo fecero pensare a un corredo matrimoniale. Il 26 giugno, la vittima aveva chiesto alla famiglia Gasparri un mese di ferie, forse per tornare in Sicilia. La sera del primo luglio, Antonietta Longo uscì dalla casa del suo datore di lavoro e qualche giorno dopo scomparve. La cassiera di un bar rivelò agli investigatori di aver visto la vittima la mattina del 5 luglio: lei le aveva chiesto di chiamare al telefono un certo Antonio. Altri testimoni, invece, riferirono di una donna che il 5 luglio aveva noleggiato una barca insieme a un uomo: la coppia non aveva mai fatto ritorno al pontile e il giorno dopo tra le canne venne ritrovato un solo remo. Inoltre, emerse che qualche giorno prima la donna si era recata da un sarto in compagnia di un uomo per ordinare un vestito.

L’ultima traccia di Antonietta risale al 5 luglio del 1955, che viene considerato anche la data della sua morte. Quel giorno, a Roma, venne imbucata una lettera indirizzata alla famiglia della vittima. Secondo le indiscrezioni del tempo, sembra che in quelle righe la donna annunciasse l’arrivo di un figlio e un imminente matrimonio, forse riferendosi proprio a quell’Antonio che aveva chiamato quel giorno. “Io la lettera non l’ho mai vista – precisa Giuseppe Reina – So che è arrivata e che la calligrafia era quella di Antonietta. Poi, se l’abbia scritta di sua spontanea volontà non si può sapere”. Due sono le cose certe: “Che la lettera esisteva e che la calligrafia era quella della mia prozia”. In quelle righe, Antonietta “annunciava il suo arrivo, parlava di un uomo e di un nipotino, ma potevano anche essere semplici aspirazioni”.

Tante ipotesi, ma nessun colpevole

“Al tempo ci furono tantissime ipotesi, dal litigio passionale al traffico di contrabbando”, ha confermato Giuseppe Reina. Ma a prendere maggiormente piede in un primo momento fu la pista passionale: Antonietta, secondo gli inquirenti, poteva essere stata uccisa da un uomo. Dalle prime indagini, infatti, emerse la figura di un certo Antonio, di cui però nessuno conosceva il cognome: “Forse l’uomo era sposato – riassunsero i giornali dell’epoca – e per timore che qualcuno potesse tradirlo, impose il silenzio alla ragazza”. Poi, secondo la prima ipotesi, Antonietta lo mise alle strette, chiedendogli di sposarla e forse chiedendogli anche indietro i soldi che gli aveva prestato (quei risparmi spariti). A quel punto, l’assassino avrebbe deciso di uccidere la donna: prima le avrebbe promesso il matrimonio, poi l’avrebbe invitata a una gita al lago Albano, dove l’avrebbe colpita con diverse coltellate, e infine decapitata. Ma, avvisa Giuseppe Reina, “non date troppo peso all’ipotesi dell’omicidio a seguito di un litigio di coppia. Secondo me la pista passionale non c’entra, mi sembra un’ipotesi semplicistica: bisogna tener conto delle urla e del tempo che l’assassino impiegò per il taglio della testa e per spogliarla”. “Io un’idea di come è andata ce l’ho – ha rivelato il pronipote – ma non posso dire ancora niente”.Le ricerche sul lago Albano

In seguito, si delineò l’ipotesi di un traffico di contrabbando. L’Antonio di cui tanto si parlò poteva essere un contrabbandiere che “si era servito di Antonietta per i suoi traffici”. Gli inquirenti pensarono che la 30enne fosse stata costretta a fare il corriere per l’uomo. A insospettire furono i risparmi della donna: guadagnava 15mila lire al mese, ma era riuscita a mettere da parte una somma non indifferente, che non venne mai trovata. È probabile che fu l’assassino a impossessarsene.

Per poco tempo, l’attenzione degli investigatori riguardò anche il dottor GasparriNel dicembre del 1955, una conoscente di Antonietta disse di aver raccolto una confidenza, in cui la donna dichiarava di essere incinta: “Tempo fa Antonietta Longo venne da me e mi chiese di allargarle la gonna di un abito estivo – avrebbe raccontato la donna, secondo quanto riferì l’Unità, che riportò la deposizione della donna in tribunale -Le feci notare che era molto ingrossata e lei mi rispose: ‘Sono grassa perché sono incinta’. Ne rimasi spaventata e le chiesi che cosa fosse mai accaduto. Lei da principio non volle dirmi nulla, poi si lasciò sfuggire che l’aveva fatto in casa. ‘Con chi?’, le chiesi. ‘Con il dottore, con Gasparri’, mi rispose”. A carico dell’uomo, però, non risultò nessuna prova e anche questa pista venne abbandonata. L’inchiesta venne quindi archiviata.I fratelli Longo. Da sinistra: Concettina, Grazie, Antonietta e Francesco

Il caso, però, tornò alla ribalta anni dopo, nel 1971, quando al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma arrivarono due lettere anonime. L’autore affermava che Antonietta era morta per un’emorragia dovuta a un aborto clandestino e poi trasportata sulle rive del lago: la prova sarebbero state le coltellate sferrate al ventre, per cancellare l’asportazione delle ovaie. L’autopsia, nonostante in un primo momento avesse confermato l’asportazione dell’utero e dell’ovaia sinistra per un intervento chirurgico, aveva rivelato successivamente uno scenario diverso. Si ipotizzò, infatti, che ovaia e utero fossero stati asportati dalle coltellate all’addome, oppure fossero rimasti distrutti durante il processo di putrefazione del corpo.

Tante le ipotesi che si susseguirono nel corso del tempo, ma nessuna di queste portò alla risoluzione del caso della “decapitata del lago”, che rimane ancora un grande mistero e un omicidio impunito. La testa della donna, cercata in fondo al lago, non venne mai ritrovata: “L’assassino l’ha volontariamente fatta sparire – ha confermato Giuseppe Reina – per rendere difficile l’identificazione del corpo”. Ora, a distanza di 65 anni, il pronipote di Antonietta si batte per cercare di riportare alla luce la vera storia della zia: “Quando scoprii quello che era successo ad Antonietta non me ne interessai più di tanto. Poi, però, mi sono documentato, ho fatto ricerche e recuperato giornali e documenti dell’epoca”. Tanto che ora ha deciso di scrivere un libro, insieme alla collega Francesca Calì, in cui intende raccontare la storia di Antonietta Longo. E anticipa: “Un’ipotesi di come sono andate le cose ce l’ho. Ma ancora non posso dirla.”.

https://www.ilgiornale.it/news/cronache/decapitata-lago-giallo-rimasto-senza-colpevoli-1896460.html

Articolo di Francesca Bernasconi.

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