Cultura - Febbraio 6, 2021

Breve storia di Sant’Agata

Agata, il cui nome in greco Agathé, significa buona, nacque nei primi decenni del III secolo a Catania in una famiglia ricca e nobile e i suoi genitori Rao e Apolla, essendo cristiani la educarono secondo la loro religione, ma a quei tempi la Sicilia, come l’intero Impero Romano era soggetta alle persecuzioni contro i […]
Di Giuseppe Reina

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Agata, il cui nome in greco Agathé, significa buona, nacque nei primi decenni del III secolo a Catania in una famiglia ricca e nobile e i suoi genitori Rao e Apolla, essendo cristiani la educarono secondo la loro religione, ma a quei tempi la Sicilia, come l’intero Impero Romano era soggetta alle persecuzioni contro i cristiani, infatti la legge stabiliva che potevano essere denunciati e se non rinnegavano la loro fede venivano uccisi. Agata che fin dalla sua fanciullezza sentiva nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo, giunta all’età di 15 anni decide che era giunto il momento di consacrarsi a Dio. Il vescovo di Catania, accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata “velatio”, le impose il “flammeum”, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il governatore di Catania Quinziano ebbe l’occasione di vederla e se ne invaghì e per farla portare al Palazzo Pretorio, la fa arrestare con l’accusa di vilipendio della religione di Stato. Quando il governatore vede Agata davanti a se, viene conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronisce di lui, ma i suoi tentativi di seduzione non vanno in porto, per la resistenza ferma della giovane Agata che viene così affidata da Quinziano ad una cortigiana dai facili costumi, Afrodisia, per un programma di rieducazione che la rendesse più disponibile. Ma Agata non cambiò idea nemmeno dopo un mese di tentazioni immorali e feste oscene di ogni genere e Afrodisia sconfitta la riconsegnò a Quinziano dicendo : “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora il governatore furioso, imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio. Quinziano quando la vide vestita in quel modo le disse “Se sei libera e nobile, perché ti comporti da schiava?” e lei rispose “ Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”. Il giorno successivo durante il secondo interrogatorio accompagnato da torture di ogni genere, ad Agata vengono stirate le membra, viene lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarla, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Riportata in cella sanguinante, soffriva molto per il dolore, ma sopportava tutto per amore di Dio, ma verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che le risana le mammelle amputate. Dopo quattro giorni, viene riportata davanti il governatore che vedendola guarita le chiede cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde “Mi ha fatto guarire Cristo”. Quinziano che non poteva sopportare oltre, ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate e mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava. Per questo motivo “il velo di sant’Agata” diventò subito una delle reliquie più preziose. Mentre Agata brucia nella fornace ardente, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano e la folla dei catanesi spaventati si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, così il governatore fa togliere Agata dalla brace e la fa portare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo. Era il 5 febbraio 251. Dopo un anno esatto, una violenta eruzione minacciava Catania, così molti cittadini cristiani, ma anche pagani corsero al suo sepolcro presero il prodigioso velo che indossava e lo opposero alla lava che si arrestò. Da allora s. Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e contro gli incendi. La festa di san’Agata (A festa ‘i sant’Ajita in siciliano) è la più importante festa religiosa della città di Catania e la terza festa religiosa più importante al mondo, dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Guzco in Perù. Si festeggia ogni anno dal 3 al 5 febbraio, giorni del martirio della santa e anche il 17 agosto in ricordo del ritorno a Catania delle sue spoglie, dopo che queste erano state trafugate e portate a Costantinopoli dal generale bizantino Giorgio Maniace dove rimasero ben 86 anni. Le reliquie di s. Agata, costituite dalle due braccia con le mani, dalle due gambe con i piedi, dai due femori e dalla mammella oltre al santo velo, vengono custodite, racchiuse in diversi reliquiari, dentro uno scrigno che è una cassa d’argento in stile gotico realizzata intorno alla fine del XV secolo dall’artista catanese Angelo Novara e sono conservate nel duomo di Catania dove vi è anche il busto argenteo di “Santaituzza”, che reca sul capo una corona di oro tempestata di pietre preziose, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.Dieci giorni prima l’inizio della festa escono in giro per la città “i cannalori” (le candelore), grosse costruzioni in legno riccamente scolpite in stile barocco siciliano, che rappresentano le corporazioni dei mestieri e che comunque per tutta la durata della festa precedono con passo danzante la “vara” (il fercolo di s. Agata) che si muove su quattro rulli cilindrici in acciaio con battistrada in gomma, trainato dai “cittadini devoti” tramite due cordoni lunghi entrambi circa 130 metri, al cui capo sono collegate quattro corde con maniglie. Tutti i devoti, non solo quelli che trainano il fercolo, indossano il caratteristico “saccu”, cioè un camice bianco che rappresenta le storiche vesti notturne indossate dai catanesi durante la notte in cui, si racconta, sant’Agata li protesse dai pirati saraceni.I festeggiamenti hanno inizio la sera del 3 febbraio, la famosa “sira ‘ò tri”, con un concerto lirico-sinfonico che prevede l’esecuzione della cantata in onore di s. Agata, eseguito davanti la Cattedrale. Il 4 febbraio alle 3.30 il portone della Cattedrale viene aperto e tutti i devoti corrono verso i cancelli in ferro battuto che proteggono il saccello, dove attendono spasmodicamente l’incontro con la santa esprimendo tutta la loro devozione con canti e grida “E chiamàmula cu ‘razzia e cu cori, pi sant’Ajituzza bedda, ca sta niscennu, cittadini! Semu tutti devoti, tutti? Cittadini, cittadini! Evviva sant’Ajita!”. Alle 6 del mattino ha inizio la suggestiva “messa dell’aurora” durante la quale viene aperto il saccello e finalmente sant’Agata si mostra sulle note dell’inno a lei dedicato “Tu che splendi in paradiso, coronata di vittoria, o sant’Agata la gloria, per noi prega, prega di lassù”. Inizia così il giro esterno del fercolo per la città che si conclude alle prime luci del 5 febbraio o a volte anche in mattinata. Dopo la celebrazione della messa pontificale , in presenza del cardinale e dei vescovi di tutta la Sicilia, ha inizio il giro interno della città che si conclude la mattina del 6 con il rientro del fercolo in Cattedrale e il saluto dei devoti alla “santuzza”.Ci sarebbe tanto, ma tanto altro ancora da dire e raccontare sulla festa della nostra s. Agata, ma bisogna vivere questi giorni per capire veramente di cosa si tratta, sentire le emozioni di quei momenti, respirare i profumi delle strade, sentire la voce del cuore dei devoti. Quest’anno purtroppo non è stato possibile, ma nell’attesa dei prossimi festeggiamenti una cosa possiamo farla, la cosa più importante…pregare la nostra Santajituzza e gridare dal profondo del nostro cuore “Cittadini! Cittadini! Viva sant’Ajita!”

Anna Bellamacina

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