Storia - Aprile 20, 2022

Il commercio nel Regno delle Due Sicilie – Una lettera commerciale del 1854

La guerra si sa oltre a causare perdite di vite umane, ha dei costi economici che riguardano tanto gli stati belligeranti (oggi il caso di Russia e Ucraina) quanto le altre nazioni soprattutto se quest’ultime hanno con gli stati in guerra relazioni commerciali. Da sempre le azioni di guerra sono state correlate con delle questioni […]
Di mascaluciadoc@virgilio.it

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La guerra si sa oltre a causare perdite di vite umane, ha dei costi economici che riguardano tanto gli stati belligeranti (oggi il caso di Russia e Ucraina) quanto le altre nazioni soprattutto se quest’ultime hanno con gli stati in guerra relazioni commerciali. Da sempre le azioni di guerra sono state correlate con delle questioni materiali anche se la guerra è conquista di territori. Attraverso una missiva commerciale del 3 aprile del 1854 il passato ci propone il conflitto russo-turco, nella guerra di Crimea iniziata il 4 ottobre del 1853 e conclusa il 1 primo febbraio del 1856 fra l’impero Russo da un lato e l’alleanza composta dall’Impero Ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna dall’altra. In questo conflitto il Regno delle due Sicilie, manteneva sempre le sue relazioni commerciali con tutti gli stati anche relazioni commerciali intercontinentali. Il Sud era un Regno fra i maggiori d’Europa; una agricoltura florida e un commercio che si sviluppava specialmente via mare, malgrado violenze, mafia, malaffare unite all’inconcludenza o peggio alle depredazioni e corruzione che senza interruzioni dall’unificazione, nel ceto politico e in quello economico finanziario, sgovernano il Sud (Tommaso Romano- Dal Regno delle due Sicilie al declino del Sud – Thule 2010).

Tabella 1

La tabella 1 mostra la bilancia commerciale degli Stati italiani preuniti e dimostra quanto detto. Bursotti nella sua relazione di statistica commerciale del 1842 prende in esame gli anni che vanno dal 1835 al 1839 importazione ed esportazione dei prodotti del Regno delle Due Sicilie soffermandosi sulla prodizione dell’olio. “Grano, vino ed olio sono i principali prodotti del nostro Regno. Ma l’olio sopra i primi due ci rende creditori nati dei popoli settentrionali. Gli ulivi nascono in tutte le provincie, eccetto nei luoghi troppo freddi degli Abruzzi, del Sannio e della Basilicata. Si trovano nella parte marittima dell’Abruzzo e della Basilicata. Nella Capitanata è scarsissima questa coltivazione, in grazia della Dogana di Foggia, dei demani, de feudi, delle comunità e delle badie. Nelle provincie di Calabria e di Puglia questi alberi sono di una mole maggiore delle quercie. La provincia di Bari è tutta ingombra a vicenda di alberi di ulivi e di mandorle. Vi sono olive che sono dolci e si mangiano senza conciarsi. Nella Terra di Otranto e di Bari, nella parte occidentale della Calabria ulteriore questa pianta è propria del suolo, poichè circa due terzi sono coperti di boschi di ulivi. Del prezioso liquore che se n’estrae si fa ampio e ricco commercio in Gallipoli, dove si trasporta quasi tutto l’olio della provincia. Anche nei domini insulari (Sicilia) la produzione è florida tabella 2 e 3”. (Biblioteca di Commercio statistica commerciale vol. II compilata a cura di G.Bursotti stamperia Caro Batelli -Napoli 1842)

Tabella 2
Tabella 3

Nella lettera datata 1854 presa in esame (fig.2) l’operatore commerciale oltre ad informare il committente dei prezzi sul mercato lo informa anche di una possibile riapertura di trattativa con la Russia per l’acquisto dei grani ma con riserva: “… coll’ultimo vapore di Napoli non si avvera la notizia che la Russia abbia nuovamente permesso l’uscita dei grani. Noi non abbiam voluto affatto prestar fede a questa nuova permissione, massimo che al 15 marzo da Costantinopoli un nostro corrispondente ci notiziava che in quello momento arrivavano colà a molo da Odessa 3 bastimenti 2 Napolitani ed uno Sardo mancanti da 2 giorni da quella piazza.”

Figura 2

Destinatario della lettera Antonio Chiaramonte Bordonaro.

I Chiaramonte Bordonaro erano originari della provincia di Agrigento il cui rampollo, Gabriele Bordonaro, barone di Gebbiarossa, riuscì a fondare un impero economico che costituì la fortuna della famiglia. Nel 1827 fondò una società commerciale, con il nipote ed erede Antonio, che gli fruttò molti guadagni e raggiunse un alto livello di espansione. Con i guadagni, nel 1840, Gabriele Chiaramonte Bordonaro partecipò alla fondazione della “Società dei battelli a vapore siciliani” insieme a Vincenzo Florio e Beniamino Ingham e di un gruppo di più di 120 soci minori, che già possedevano battelli a vela. Essa si proponeva di spezzare il monopolio delle compagnie napoletane nei trasporti tra la Sicilia e il continente. A Greenwich fu fatto costruire un bastimento il “Palermo”, il quale arrivò nella capitale dell’isola il 27 sett. 1841 tra l’entusiasmo dei soci e della città. Nel 1845 il vapore fu anche al porto di Catania per i festeggiamenti estivi di Sant’Agata e il capitano Stefano Trefiletti in quella occasione consentì alle carrozze di accedere direttamente all’imbarcazione dove, per l’occasione, era stata organizzata dallo stesso Trefiletti una festa di ballo. Di quell’evento un anonimo catanese ne scrisse un poemetto in dialetto:

Già a lu Marteddu svintulianu stisi

Li borbonici gigghi gluriusi;

scasanu forasteri e catanisi;

e da li cannunati fracassusi,

l’aria n’trunata mmesti nta la Ngnuni,

torna e su rumpi ntra lu faragghiuni.

A stu rimbumbu si sappi di fora

Ca lu Marteddu già spinciu bannera.

Spunta lu primu, e chiù nun resta fora,

ma a mustrarni a la soru gioja vera

intra lu Molu trasi e resta fermu

lu generusu Vapuri Palermu.

Spinci banneri a festa, e illuminatu

Lu Vapuri ad un splendidu cunvitu

In gran sala di ballu è trasfurmatu!

O poeti, poeti! A stu partitu

Non dati l’estru?… iu viju lu miu nenti,

e cca sfoga lu cori e no la menti.

Cui potti stari friddu a ddu spittaculu!

Nta un mari, unni gia tutti era piriculu

Ora c’è strata longa, e senza ostaculu

Va la carrozza, ed accosta ad un vejculu

Cusutu a lu Vapuri e a mmenzu mari

Senza varchi si trasi pri ballari.

Girgenti 3 aprile 1854

a Sig. Antonio Chiaramonte Bordonaro

L’antecedente vostra 1 corrente mi sospendeva l’ordine pagatovi per la vendita di una nostra partita di seme di lino per trovarsi in trattativa ne la confermiamo ed accusiamo la pregiata vostra dello stesso giorno 1 con ringraziarvi per le valevoli vostre informazioni commerciali. Sentiamo che per notizie anche coll’ultimo vapore di Napoli non si avvera la notizia che la Russia abbia nuovamente permesso l’uscita dei grani. Noi non abbiam voluto affatto prestar fede a questa nuova permissione, massimo che al 15 marzo da Costantinopoli un nostro corrispondente ci notiziava che in quello momento arrivavano colà a molo da Odessa 3 bastimenti 2 Napolitani ed uno Sardo mancanti da 2 giorni da quella piazza.

E’ questo un fatto incontrastabile di impedita estrazione. Ci notiziava quell’amico altresì che per avviso al pubblico conoscevasi che nel Danubio all’imboccatura di S. Giorgio l’entrata era ridotta impraticabile per legni di qualunque portata coll’immergere in quel punto dei sacchi di sabbia, pietra ed ancora che si era anche intenzione di chiudersi l’imboccatura di Solina per mezzo di catene e zattere lasciando un passaggio da aprirsi e chiudersi a volontà che non si conosceva il vero scopo di questo operato se ’impedire la sortita di bastimenti trovatisi entro il fiume o precauzione contro i vapori della flotta unita. Qualunque possa essere ve lo partecipiamo a vostra semplice intelligenza. Intanto ci fa meraviglia come costì possa trattarsi di onze 6.12 per grani duri fini, mentre nelle altre piazze di consumo e nella nostra di origine i propri sono più elevati in Canicattì si fecero delle compre per talune barche in porto pagandosi i trasporti mediocri a onze 6 ed i buoni a onze 6.6 colà posto. I zolfi calmi per futuri e per pronti vengono da farsi cf. 3000 2 licata a onze 13 a vela ½ ………Vi proseguiamo averci con nostro piccolo ordine gravato di onze 2 e tarì 15 a favore D. Rosalia Rapisardi, che vi preghiamo estinguere anzi debito in c/c. Niente più ci avete notiziato in ordine all’affare del vostro Consolato naturalmente non essendo ancora maturo l’esito di qualche rapporto inoltratovi nulla anche voi tutt’ ora ne conoscete. Se noi non andiamo errati sappiamo che forse da qualche altro nostro vicino si fanno le stesse brighe. Degnatevi all’opportunità farne qualche parola e dircene di poi l’occorrente. Scusatene l’incomoda. Senz’altro per oggi con stima vi salutiamo. Antonio Giuseppe Mondello

Giuseppe Alario Spadaro

@mascaluciadocac

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