Storie di Mascalucia - Marzo 26, 2022

Storie di Mascalucia : “Il Vicario Longo morì tra le braccia di mio nonno…”

La tragica vicenda dell’efferato assassinio del Vicario foraneo Vito Longo, barbaramente trucidato a Mascalucia nel gennaio del 1928, s’arricchisce di una nuova e decisiva testimonianza che fa luce completa sul succedersi dei fatti e la loro esatta cronologia. Sono andato a intervistare Mario Tripolone, nipote di “quel” Mario Tripolone che fu il devoto sacrista di […]
Di Giuseppe Reina

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La tragica vicenda dell’efferato assassinio del Vicario foraneo Vito Longo, barbaramente trucidato a Mascalucia nel gennaio del 1928, s’arricchisce di una nuova e decisiva testimonianza che fa luce completa sul succedersi dei fatti e la loro esatta cronologia.

Sono andato a intervistare Mario Tripolone, nipote di “quel” Mario Tripolone che fu il devoto sacrista di Chiesa Madre nel periodo in cui visse e svolse il suo incarico, il Vicario Vito Longo.

Il sacrista della Chiesa Madre: Mario Tripolone

Insieme a Mario e parte essenziale nel far riaffiorare i tanti ricordi tramandati oralmente dal nonno, c’erano le sorelle, Felicita, Marcella e Agata che hanno contribuito a rendere più chiaro il racconto, mettendomi gentilmente a disposizione alcune foto inedite.

Il nipote, Mario Tripolone, insieme al padre Vito

E’ stata un’esperienza molto suggestiva per me, stare a contatto con persone gradevolissime, che hanno ricordi chiarissimi, mai confusi e, proprio per questo motivo, assolutamente credibili e attendibili.

Ho registrato anche un video-testimonianza di tutto quello che Mario e le sorelle mi hanno raccontato, giusto per farne un promemoria personale e cercare di non dimenticarmi nulla di tutto quello che mi è stato raccontato.

Si, mio nonno Mario Tripolone era il sagrestano della Chiesa Madre e tra lui e il Vicario Vito Longo, i rapporti erano eccellenti, attacca Mario. Due veri e propri fratelli che condividevano il quotidiano. Mio nonno era una persona umile, di grandissima moralità, che mal tollerava le maldicenze paesane, molto religioso, timorato di Dio, rispettava tutte le regole della Chiesa compreso il digiuno del Venerdi. Insomma la persona giusta nel posto giusto per il delicato incarico che aveva.

Effigie della lapide cimiteriale del Vicario foraneo, Vito Longo

Ricordo che il Vicario foraneo Vito Longo amministrava tutti gli affari della Chiesa di Mascalucia e dei paesi limitrofi e aveva una funzione di intermediario tra la Curia di Catania e il popolo. Era inoltre l’amministratore delle proprietà della Chiesa e proprio per tale motivo, talora gestiva ingenti somme di denaro.

Da quello che mi hanno raccontato mio padre e mio nonno, quel giorno, tre contadini che badavano anche ai vigneti della Chiesa, stavano lavorando nell’attiguo cortile della Chiesa , “sbarattando” quelle masserizie che erano d’intralcio. Erano entrati da un portoncino che c’era in via Chiesa Madre e quando avevano finito il lavoro, essendo stati pagati dal Vicario, erano andati via, ma avevano lasciato l’uscio socchiuso, senza chiuderlo completamente, forse premeditando tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.

“Durante la nottata, afferma Mario, i tre si sarebbero introdotti nuovamente nel cortile della Chiesa, attraverso lo stesso uscio aperto e assassinavano il Vicario, probabilmente a scopo di rapina, perché convinti di trovare molti soldi all’interno dell’appartamento. Dopo aver commesso il delitto, scappano di corsa, ma uscendo dall’uscio di Via Chiesa Madre, s’imbattono sfortunatamente in un “babbasunazzu”, un sempliciotto paesano che passava di lì e che probabilmente li riconobbe. Gli intimano, allora, di non dire nulla perché altrimenti l’avrebbero ammazzato.

L’uomo spaventatissimo fece cenno di si, temendo per la sua vita, anche se inconsapevole di quello che era appena successo. Tutto questo accadeva verso le quattro del mattino

Il giorno dopo, domenica, mio nonno dopo aver fatto la spesa, venne informato che il Vicario non si era ancora presentato per officiare la messa. Mio nonno, dato che aveva le chiavi, entrò dalla porta di Via Etnea che introduceva nell’appartamento del Vicario e trovò un manicomio.

Vide subito il Vicario a terra, tutto pieno di sangue. Cercò di soccorrerlo, mettendogli la mano sotto il collo per dargli aiuto. Il Vicario in un ultimo sussulto di vita, pronunciò il suo nome “Mario…”. Furono le ultime parole che pronunciò in vita, perché subito dopo, morì. Il Vicario morì tra le braccia di mio nonno. Se fosse arrivato qualche minuto prima, probabilmente il Vicario avrebbe avuto il tempo di indicare i suoi assassini e il delitto sarebbe stato subito risolto.”

Invece, le cose andarono in maniera assai diversa, soprattutto perché i tre complici avevano organizzato una macabra messinscena sulla scena del delitto, ponendo sulle mani e sul ventre dello sfortunato Vicario, alcuni oggetti che furono ritenuti simbolici di qualcosa di oscuro e incomprensibile, allo scopo di deviare le indagini e non far ricadere i sospetti su di loro.

Nel piano criminale, caddero anche i Carabinieri e la Polizia Fascista che, in quanto a metodi coercitivi di interrogatorio dei sospettati, non andavano tanto per il sottile, anzi!

Il primo dei sospettati fu proprio Mario Tripolone che nulla c’entrava con il delitto, ma fu il cosiddetto “capro espiatorio” su cui si accanirono con barbara violenza.

Ci fu un’episodio che compromise inevitabilmente le sorti giudiziarie del povero Mario e che avvenne proprio ai funerali del Vicario.

“A mio nonno, i Carabinieri dissero: “Se avete coraggio, portatelo a spalla” (nda: la bara del Vicario). Mio nonno disse che il Vicario era come un fratello per lui e ribadì che certamente l’avrebbe portato a spalla. Accadde però un fatto insolito: a quel tempo, le bare di legno non erano ermeticamente chiuse come oggi. Il destino volle che una goccia di sangue della bara colò sulla giacca di mio nonno, senza che lui se ne accorgesse.

I Carabinieri, alla vista del sangue sulla giacca, supposero che fosse stato mio nonno l’assassino del Vicario con tutte le conseguenze del caso. Fortuna volle che, dopo tutti i maltrattamenti e “vastunati” a cui fu sottoposto, ci si rese conto che mio nonno era totalmente estraneo alla vicenda. Fu rilasciato, ma subì le conseguenze psicologiche delle torture per tutta la vita. Di lì a poco, gli venne un tremore alle mani che non lo abbandonò più fino alla fine dei suoi giorni.”

Era uso della Polizia all’epoca, utilizzare la tortura come sistema di persuasione di coloro che erano ritenuti criminali, mi specifica Marcella Tripolone, sorella di Mario. Mio nonno fu picchiato selvaggiamente e subì maltrattamenti che, oggi, ci appaiono efferati. Furono talmente violenti che mio nonno, pur di farli smettere, si autoaccusò volontariamente dell’omicidio, anche se era del tutto innocente. A quel tempo, mettevano degli scarafaggi sull’ombelico dei torturati, allo scopo di estorcere informazioni. Dicono che fosse un supplizio atroce, una vera e propria barbarie. Oppure si nascondevano sotto le panche chiuse, allo scopo di ascoltare eventuali discorsi tra sospettati”.

I fratelli Tripolone: Felicita, Mario, Marcella e Agata.

Il cerchio intorno agli assassini si strinse pochi anni dopo.

Non sono documentabili, né verificabili le esatte circostanze in cui i tre complici furono scoperti e catturati.

Si ritiene che il “babbasunazzu” del racconto, presosi di coraggio, abbia potuto fare i nomi.

Altre fonti non verificabili attribuiscono la piena confessione ad uno dei tre criminali, forse per un tardivo rimorso di coscienza oppure perché ingannato dai Carabinieri, i quali gli “suggerirono” che i suoi complici avevano confessato e se non lo avesse fatto anche lui, le colpe sarebbero ricadute interamente sulla sua persona.

I tre furono sottoposti a processo e condannati.

Della loro sorte terrena, non si seppe più nulla.

I nomi dei massacratori del Vicario

La triste storia del Vicario Longo e della sua orribile morte ebbe così fine e fu affidata all’oblìo del tempo.

GIUSEPPE REINA

EDITOR MASCALUCIA DOC

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