Storia - Dicembre 11, 2021

La Convenzione del 15 settembre e l’enciclica del 8 dicembre 1864

Il 15 settembre del 1864 fu firmata tra l'imperatore di Francia Napoleone III  e il re Vittorio Emanuele II una Convenzione, con la quale la Francia s'impegnava di ritirare le truppe da Roma dove si trovavano dal 1849 a protezione del Papato
Di mascaluciadoc@virgilio.it

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NAPOLEONE III

Titolo : Monsignor Dupanloup vescovo d’Orleans contro i Savoia

Il 15 settembre del 1864 fu firmata tra l’imperatore di Francia Napoleone III  e il re Vittorio Emanuele II una Convenzione, con la quale la Francia s’impegnava di ritirare le truppe da Roma dove si trovavano dal 1849 a protezione del Papato.

Vittorio Emanuele II

FRANCESCO II

L’accordo stabiliva inoltre lo spostamento della capitale italiana da Torino entro sei mesi per dimostrare il disinteresse del Regno d’Italia a puntare a Roma per farne la capitale. Dopo il vaglio di Napoli, fu scelta Firenze, che divenne capitale dal 1865 e tale rimase fino al 1871. La notizia dello spostamento della capitale provocò però sommosse e disordini a Torino nelle giornate del 21 e 22 settembre del 1864.

Nel dicembre del 1864 Papa Pio IX indirizzava un’Enciclica a tutti i vescovi del mondo.

Monsignor Dupanloup allora vescovo d’Orléans non approvando la stipula della Convenzione del governo francese con il neonato Regno d’Italia ebbe il coraggio di denunciare i crimini commessi da casa Savoia dopo la ricezione dell’enciclica attraverso una pubblicazione nel 1865 anche se una circolare del ministro dei culti gli dava comunicazione di non pubblicare.

Monsignor Felix Dupanloup

Egli sosteneva: “Qual’è il senso dato dalla Francia a questo trattato? Il signor ministro degli affari esteri ha avuto la bontà di dichiararcelo per mezzo di dispacci, che ci offrono la seguente idea del compito del Piemonte. L’Italia si è convertita, essa ritorna a sentimenti più ragionevoli, possiamo fidarci di lei. Non potendo andare a Roma, essa si contenta di Firenze per capitale. Che anzi essa custodirà la frontiera del Papa, invece di occuparla”.

Ma essendo Dupanloup un testimone oculare dei fatti accaduti nell’Italia pre-unitaria attraverso  uesta sua pubblicazione “La convention du 15 septembre et l’encyclique du 8 décembre” metteva in guardia sia lo Stato Pontificio che il governo francese perché non credeva alla buona fede dei piemontesi (la storia infatti più tardi gli darà ragione, Roma cade in mano piemontese il 20 settembre del 1870, presa di Roma nota come “La breccia di Porta Pia”) e  denunciava eccidi di massa con riferimento a Casalduni e Pontegandolfo ad opera del generale Cialdini e di Castellammare del Golfo in Sicilia.

Nella sua pubblicazione Dupanloup fornisce una immediata e totale spiegazione di come i Savoia attraverso inganni, tradimenti, riuscirono a unificare l’Italia mentre ancora oggi si parla e si racconta una storia del Risorgimento Italiano fatta di gesta eroiche e trionfi militari, rivelando  anche maltrattamenti nelle carceri trasformati in lager, deportazioni e torture subite dalle popolazioni del Sud.

 Ecco cosa pensava Monsignor Dupanloup dei Savoia:

Che cosa io penso , dunque, del Piemonte? Solamente ciò che i fatti mi obbligano a pensare. Io non ho alcuna fiducia nel Piemonte, nè credo che possa averne la Francia. Ciò ch’io penso del Piemonte non è già per una vana affettazione di purismo politico che io dico il Piemonte e non l’Italia. lo dico il Piemonte perocchè il Piemonte solo è colpevole, ed io non voglio accusare l’Italia. L’ambizione del Piemonte, l’alleanza del suo governo coi rivoluzionarii è stata ed è tuttora causa di tutto il male.

Tratto da “La Convenzione del 15 settembre e l’enciclica del 8 dicembre” tradotta e pubblicata a Firenze nel 1865:

 Dopo le rivoluzioni e le annessioni, vennero le invasioni. Tutti i veli furono squarciati sulla spedizione di Garibaldi. È noto che il conte di Cavour sconfessò Garibaldi dinanzi la Francia e dinanzi l’Europa; egli scrisse persino al re di Napoli che partivano vascelli sardi per arrestare l’avventuriero (Lettere di Ulloa – Gazzetta Officiale di Torino del 10 maggio 1860 e nota del 29 maggio 1860). E lo inviava egli medesimo! La spedizione era stata preparata di pieno giorno a Genova e negli altri porti piemontesi. Gli arruolamenti eransi fatti pubblicamente in tutto il Piemonte. Il conte di Cavour somministrava armi e danaro. E nel momento, in cui egli faceva partire i vascelli per arrestare Garibaldi, scriveva all’ammiraglio Persano: «Cercate di navigare fra Garibaldi e i legni napoletani. Io spero che voi mi abbiate compreso.» 

L’ammiraglio rispondeva: « Spero di avervi compreso; in ogni caso mi farete rinchiudere a Finestrelle.» Il conte di Cavour scriveva pure a La Farina : « Persano vi darà tutto quell’appoggio che potrà, senza compromettere per altro la nostra bandiera» 

E poco dopo, quando Garibaldi, sbarcato in Sicilia sotto la protezione dei vascelli inglesi, volle, dopo di avere rivoluzionata l’Isola, passare sul continente, il conte di Cavour inviò colà i deputati Bottero e Casalis, ciascuno con 500 mila franchi, per cooperare a questo passaggio. I bastimenti sardi ricevettero l’ordine di proteggerlo. Frattanto il Piemonte continuava a sconfessare Garibaldi, e mentre negoziava col re di Napoli, stipendiava i più codardi traditori che circondavano quel sovrano, ne comprava i ministri , gli ammiragli, i generali. Finalmente il giovine re (Francesco II) fa appello al suo coraggio e marcia contro il nemico. Il Piemonte allora teme che Garibaldi non sia vinto . Per salvarlo, finge di volerlo combattere e noi ci lasciamo minchionare da lui. Il fatto è memorabile…

dopo gli intrighi sullo sbarco dei Mille Monsignor Dupanloup attaccava duramente i Savoia per i metodi brutali usati sulla popolazione sottomessa.

…Ecco in che maniera il Piemonte ha rispettato il voto delle popolazioni, in che modo ha messo in opera i mezzi morali e come ha fatto fare alla civilizzazione moderna quei progressi, di cui egli invoca oggi il beneficio per gli stati. Ieri, in Sicilia, un officiale piemontese consegnò alle fiamme una intiera famiglia. Si parla della moderazione dei rivoluzionari italiani! Eccola là! Voi piemontesi, voi osate parlarmi della libertà d’Italia!

Ed io vi rispondo in nome della libertà, della verità, dell’onore, che voi ne foste, che voi ne siete ancora i tiranni! Io ho studiato tutto attentamente, tutto ciò che è successo costà e mi sono fermamente convinto, ch’esso è il frutto del tradimento, della menzogna, della forza brutale, a per quanto da me dipende, io non permetterò giammai che fatti di simile natura vengano assoluti dal successo, e finchè mi rimarrà voce, io protesterò energicamente. Mentre i soldati piemontesi inondavano di sangue il regno di Napoli, un sistema di terrore pesava sugli abitanti che non prendevano le armi. Io non la finirei più, se volessi qui entrare nei dettagli di questa immane tirannide. Le libertà municipali, la libertà della stampa , la libertà delle opinioni, la libertà individuale, l’inviolabilità del domicilio, l’indipendenza della giustizia, tutte le libertà sparivano, ecclissavansi tutti i diritti.

In cinque mesi, dal 14 dicembre 1862 fino al 7 maggio 1863 si sono sciolti 89 municipii e 86 guardie nazionali ( Confessioni e menzogne). E i malcapitati sindaci non erano liberi neppure di dare le loro dimissioni. Bisognava obbedire alle ingiunzioni dei prefetti piemontesi, sotto pena di morte. Ecco, infatti le circolari, che i prefetti piemontesi indirizzavano ai sindaci della provincia sotto la loro amministrazione . “Prefettura della provincia di Girgenti ; 1 ottobre 1862. 

« Signore Io vi prevengo, che in caso di violazione di quest’ordine, voi sarete trattato inesorabilmente, come si trattano oggi i prevenuti di delittuose tendenze »”. Adesso vi accennerò un sol fatto, ma che fa comprendere tutti gli altri: l’immenso numero dei napoletani stivati nelle prigioni. Un rapporto fu depositato nelle Camere piemontesi; e questo rapporto cosi si esprimeva: « Io ho visitato le prigioni di Milazzo. Orrore! Io ne sono uscito coperto di vermi , col  cuore straziato e col rossore sulla fronte, perocchè io mi sono vergognato in quel momento di essere italiano! » 

Il signor Ricciardi confessava al Parlamento a di avere veduto a Palermo più di 1500 prigionieri, ammassati gli uni sugli altri, come acciughe in un barile e nella stessa seduta egli aggiungeva : « Il pane che si dà ai prigionieri è tale, ch’ io non l’avrei augurato nemmeno al conte Ugolino. » E in un’altra seduta : «  Le nostre prigioni sono piene, e piene spesse volte d’innocenti! « La vita e la libertà dei nostri concittadini dipende dal capriccio di un capitano, di un tenente, di un sergente, e talvolta persino di  un caporale. » 

Persino Lord Lennox alleato inglese dei piemontesi ha voluto visitare le prigioni, come già altra volta il signor Gladstone, e lo ha fatto con quella scrupolosa esattezza che distingue gli uomini di stato inglesi, notando tutto, appuntando tutto sul suo taccuino, ed ha pubblicato queste note in fine del suo discorso.

Nel cortile di una di queste prigioni, di quella precisamente che il signor Gladstone ha descritto con tanta compiacenza « i prigionieri, dice lord Lennox, si precipitavano verso di noi, gettando dei gridi strazianti, con gli occhi iniettati di sangue, colle braccia distese; implorando non già la libertà, ma un processo; non grazia, ma giustizia. L’attitudine e la condizione dei dannati nell’Inferno di Dante potrebbe solo somministrare un’idea adeguata della scena che ci si offriva allora in quel luogo. Il vitto di quei disgraziati non si sarebbe offerto neppure alle bestie in Inghilterra». Or se voi mi chiedete ciò che io finalmente penso del nostro alleato, dirò Io, e ne conchiudo che quando il Piemonte da una parola e firma una Convenzione, bisogna guardarvi bene addentro; e che quando egli , per andare a Roma, parla delle forze morali, del progresso, della civilizzazione, noi sappiamo a che attenderci.

Io Felix Dupanloup raccomando questo celebre discorso, insieme agli altri pubblicati nella stessa raccolta, a tutti coloro, i quali vogliono conoscere esattamente ciò che è accaduto, ciò che accade tuttora in questa Italia, rigenerata, come si suol dire, e salvata dal Piemonte. Terminando, io non posso trattenere sulle mie labbra e dell’intimo della mia commossa coscienza il grido, che il signor Maguire fece sentire nel Parlamento inglese: «La legge di Dio e la legge degli uomini furono violate; ma ciò che ha cominciato con l’inganno e con la perfidia, per compiersi con la violenza, avrà fine nella vergogna».

Giuseppe Alario Spadaro per conto di Mascalucia Doc AC

@mascaluciadocac Diritti riservati.

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