Abbiamo affidato il nostro omaggio ad Andrea Camilleri e ad Angelo Musco, per la serata di premiazione del nostro concorso, all’attrice teatrale Mariella Marchese, artista dall’animo sensibile che nella sua lunga carriera ha lavorato con i più grandi attori e registi protagonisti del nostro teatro.
Le abbiamo chiesto di parlarci di lei e di ripercorrere insieme la sua carriera.
Amici vi presentiamo Mariella Marchese ![]()
“La mia avventura è iniziata con tanta curiosità e un pizzico di incoscienza: i primi passi li ho mossi alle scuole elementari. A 10 anni circa la compagnia del teatro stabile di Mascalucia diretta tra gli altri da Mario Re mi invitò a prendere parte al mio primo spettacolo su un vero palcoscenico che era quello del Bob Kennedy. Lo spettacolo era Don Gesualdo e la ballerina. Da lì è partito tutto. Ci furono altri spettacoli a seguire con la compagnia e conobbi il primo regista importante Salvino Aiello. Ero affascinata dal suo modo di dirigere, dai suoi racconti e già sentivo che quella era la giusta strada per me. Poi con Giuseppe Reina e gli amici della Parrocchia abbiamo formato una nostra Compagnia ”Amici miei”, eravamo tutti amici. E’ stata un’esperienza indimenticabile. Facevamo tutto noi, costumi, scenografia abbiamo persino comprato le poltroncine per gli spettatori, dismesse da un cinema.
Avevo circa 15 anni quando fui la solista in un balletto diretto dalla compianta Maria Coppola per rappresentare Mascalucia alla trasmissione televisiva, di Teletna oggi Antenna Sicilia , Il Campanile d’Argento. Qui conobbi la cantante Giovanna che mi disse che dovevo studiare perché avevo stoffa. Immagina la mia emozione che mi ha dato la spinta a cominciare a crederci.
I miei esordi sono stati semplici. Un palco e le luci e tanta voglia di capire se davvero potevo dare voce a un personaggio. Ricordo ancora l’incertezza dei primi passi, la paura di non essere all’altezza, ma anche la gioia di scoprire che il teatro era un luogo dove potevo sentirmi viva, quando ogni applauso era un segreto da custodire.
Da lì è iniziato un viaggio che mi ha portata a crescere, a sperimentare, a sbagliare e a imparare. Ci seguiva un giovane attore catanese Filippo Minacapilli che con dedizione e affetto ci instradò in questo mondo, quando ancora cercavo di capire se la mia voce e il mio corpo potessero davvero raccontare qualcosa.
Fu proprio lui che mi introdusse nella compagnia di Carlo Mangiù a 18 anni. Parlò di me ad un regista della compagnia Santi Consoli e mi ricordo vennero a casa perché il regista voleva conoscermi per capire se quello che Filippo aveva detto di me fosse vero. Ero troppo giovane, non avevo preparato nulla e allora mi fece leggere un testo dell’università che frequentavo. Dopo di ciò inizio la mia avventura a Catania. E da allora, ogni esperienza è stata una tappa di crescita con disciplina e umiltà, fino ai ruoli più importanti che mi hanno dato la possibilità di esplorare emozioni profonde e universali.
Ci furono delle collaborazioni anche con Giovanni Cutrufelli e la moglie Gygliola Reina. Per me Giovanni era un mito, un uomo di cultura, grande attore e regista e mi perdevo nei suoi racconti e nella sua direzione. Spesso passava da casa e mi lasciava testi da leggere, messaggi che custodisco gelosamente. Con lui inizia l’introspezione e la perfezione del personaggio, l’arte del dettaglio. Mi ha insegnato la disciplina e la forza di credere nelle mie capacità
Contemporaneamente iniziai a lavorare anche con la compagnia I Siculi diretta da Tony Musumeci in cui recitava l’allora sconosciuto Enrico Guaneri, Litterio per intenderci e la collaborazione artistica durò circa 15 anni. Iniziano le tournée non solo in Sicilia ma anche fuori l’isola. Ma non erano le esclusive compagnie con cui lavoravo. Ho fatto spettacoli con Ciccino Sineri, Nino Mignemi, Pippo Provvidenti ed altri ed anche con compagnie fuori provincia. Gli ultimi vent’anni ho scelto di lavorare con un altro grande del teatro catanese e non solo, anche attore cinematografico e scrittore che era Gilberto Idonea. Con lui credo di aver raggiunto la maturità artistica. E’ stato un grande compagno di scena oltre che un vero fraterno amico, sincero e leale . Le tournée divennero internazionali. Con lui ne ho fatte 3 in Sudamerica, toccando Cile, Perù, Uruguay, Brasile , Argentina, Venezuela. In questi viaggi ho conosciuto persone fantastiche, italiani emigrati, Ambasciatori, Consoli. Gilberto faceva anche lezioni magistrali nelle università e noi attori ci esibivamo per gli studenti . Gilberto era molto amato.
All’inizio ero una pagina bianca. Ma poi sono arrivati i maestri che hanno acceso il fuoco della mia immaginazione, che hanno creduto in me e mi hanno insegnato a crescere, e ad affrontare personaggi che mi hanno messo alla prova, costringendomi a guardarmi dentro, mi hanno arricchita, attori che mi hanno insegnato che il palcoscenico è un luogo di condivisione, dove la verità si rivela attraverso la finzione, che la forza di un racconto nasce dall’umiltà di chi lo dona, registi che mi hanno mostrato come la disciplina possa diventare poesia, che il palcoscenico non è mai solitudine, ma dialogo. Voci che mi hanno incoraggiata, sguardi che mi hanno insegnato a credere. Ogni incontro è stato un dono. Da allora, ogni passo è stato una conquista. Ho attraversato prove difficili, ho conosciuto la paura del fallimento e la gioia di un applauso sincero. Al di là dei ruoli, resto una donna curiosa, che ama leggere, viaggiare e lasciarsi sorprendere dalle parole e dalle immagini perché prima ancora di essere attrice, sono stata lettrice: i libri hanno nutrito la mia fantasia, mi hanno insegnato a sognare, a immaginare mondi diversi, a dare voce a emozioni che non sapevo nominare. E credo che teatro, cinema e letteratura hanno la missione di raccontare l’essere umano.
Oggi, guardando indietro, vedo un percorso fatto di sacrifici, di notti passate a studiare copioni, di emozioni condivise con colleghi e spettatori, di rinunce alla vita sociale ma anche di grandi soddisfazioni, riconoscimenti in terra natia e all’estero (anche il Comune di Mascalucia mi dedicò una targa in una rassegna) e soprattutto di volti e voci di chi ho incontrato lungo il cammino.
Non dimenticherò mai la generosità di Gilberto che mi ha insegnato che recitare significa prima di tutto ascoltare, lasciare spazio all’altro, costruire insieme una verità che appartiene al pubblico. Mi ha mostrato come un personaggio possa diventare poesia, luce e verità, che ogni parola detta sul palco deve avere un peso e un senso, che ogni personaggio va cercato fino in fondo, che ogni scena merita rigore e verità, che il palcoscenico non è mai un luogo di compromessi, ma di dedizione assoluta.
Ma se c’è una cosa che ho imparato, è che l’arte non si fa mai da soli. Ogni applauso è il risultato di un lavoro collettivo, di mani che si intrecciano, di sguardi che si sostengono. A Gilberto devo una lezione che porto sempre con me: l’arte non si accontenta mai e non bisogna mai smettere di cercare. La sua voce, il suo esempio, continuano a vivere dentro di me, l’arte è infinita, e partecipare a questo evento dedicato alla letteratura, è per me un modo per celebrare tutte quelle voci che mi hanno accompagnata e che continuano a ispirarmi.
Per me, essere attrice non è solo un mestiere: è un modo di guardare il mondo, di ascoltare le persone e di trasformare le loro storie in qualcosa che possa toccare il cuore di chi guarda, dare voce a emozioni universali, trasformare parole e silenzi in immagini vive. Ogni personaggio che ho incontrato mi ha insegnato qualcosa, e credo che il teatro abbia il potere di farci conoscere parti di noi stessi che spesso restano nascoste. Ogni volta che entro in un personaggio, è come aprire una porta su un universo nuovo: mi piace perdermi in quelle vite e restituirle al pubblico con sincerità. Ho studiato le sue parole, i suoi silenzi, i suoi gesti nascosti. Ho cercato nelle pieghe della sua storia, nelle ombre della sua anima, fino a trovare la verità che lo rende vivo perché interpretare significa spogliarsi di sé per indossare un altro corpo, un’altra voce, un’altra vita.
E questo richiede rispetto: rispetto per il testo, per l’autore, per il pubblico. Ho indossato volti e voci che non erano i miei, vite che non erano mie, ho indossato maschere di dolore e di gioia, … eppure, in ognuno di loro, ho ritrovato un frammento di me stessa, di verità. Alcuni ruoli mi hanno insegnato la fragilità, altri la forza, altri ancora la capacità di ridere di me stessa, di sorridere anche nelle difficoltà. Ho imparato che recitare non è fingere, ma rivelare: rivelare ciò che spesso resta nascosto, dare forma a emozioni che non osano parlare. Interpretare non è mai improvvisazione. È rigore, è disciplina, è ricerca. Ogni personaggio che ho incontrato non è stato soltanto un ruolo, ma un universo da esplorare.
Ringrazio anche chi non ha mai avuto generosità, ma proprio per questo mi ha insegnato la forza della resistenza. Ringrazio chi ha avuto invidia perché mi ha ricordato che il palcoscenico è anche specchio delle fragilità umane. Ringrazio chi mi ha insegnato a ridere, perché il sorriso è la più grande forma di libertà. Ringrazio chi mi ha dato fiducia perché senza fiducia non esiste palcoscenico, né vita. Ringrazio chi è mi è stato complice perchè ha reso ogni scena un segreto condiviso, un viaggio da vivere insieme. E chi mi ha insegnato la competizione, perché senza sfida non c’è crescita. Ringrazio anche chi era antipatico, egocentrico e supponente: perché anche da lui ho imparato che l’arte non si nutre solo di simpatia, ma di confronto
Ogni attore, in fondo, è egocentrico. È inevitabile: salire su un palcoscenico significa chiedere attenzione, significa dire al pubblico ‘guardatemi’. Ma esiste una differenza profonda.
C’è chi recita solo per apparire, per mostrare la propria tecnica, per esibire un mestiere che resta freddo e distante. E c’è chi appare sì, ma lo fa con passione e con gioia: chi trasforma l’egocentrismo in dono, chi mette il proprio io al servizio di un noi, chi illumina la scena non per sé, ma per condividere emozioni. Il teatro, allora, non è più vanità: diventa comunione, diventa festa, diventa vita.”
Sono rimasta fedele a me stessa, perché il giudizio più importante è quello che nasce dentro di noi, quando ci chiediamo se abbiamo dato verità al personaggio, se abbiamo rispettato la nostra voce interiore. E la vera forza sta nel non tradire mai la propria autenticità. Perché il teatro non chiede maschere di vanità, ma verità.
È questo che mi ha guidata, ieri come oggi: la certezza che l’arte non è ostentazione, ma dedizione.” Seppur riconoscendo i miei limiti, perché ogni attore li ha, ma ho cercato di trasformarli in forza, in verità, in possibilità e coraggio di superarli ogni volta che si apre il sipario.
ll teatro è stato anche divertimento, risate, allegria. Quante volte, dietro le quinte, un sorriso ha sciolto la tensione, una battuta ha alleggerito la fatica, un momento di gioco ha reso più umano il lavoro, una festa di emozioni, dove la serietà convive con la leggerezza, e dove la gioia diventa parte integrante dell’arte, e l’allegria ha reso ogni prova e ogni spettacolo un’esperienza indimenticabile.”
Ho fatto anche dei provini cinematografici. Il primo nel 93, Zeffirelli girava Storia di una capinera ma disse che avevo una bellezza normanna e lui cercava volti che rappresentassero la meridionalità. Una opportunità reale l’ho avuta con Tornatore. Nel 95. Girava l’uomo delle stelle. Il ruolo era la protagonista quello che poi ebbe la Tiziana Lodato. Arrivai al provino finale (mi disse che avrei dovuto tingere i capelli di nero, accettai naturalmente, fu un incontro bellissimo, ridemmo dall’inizio alla fine). Un altro provino lo ebbi nel 97/98 ma richiedevano scene di nudo e rifiutai. Non mi ricordo neanche il titolo del film. Vuol dire che doveva andare così. Dietro le luci e i personaggi, resta sempre la quotidianità.
C’è stato un momento in cui il palcoscenico mi chiamava con forza, ma io ho scelto un’altra scena: quella della vita. Ho rinunciato a recitare, non per mancanza di passione, ma per amore.
Ho scelto mio figlio, e in quella scelta ho trovato il ruolo più grande e più vero.
Perché nessun applauso può eguagliare il sorriso di un bambino, nessuna prima teatrale può competere con la prima volta che ti chiama ‘mamma’ o ‘papà’. Ho imparato che crescere un figlio è la più difficile e la più sublime delle interpretazioni e rifarei quella scelta mille volte anche se l’amore per il teatro non è mai diminuito. È rimasto dentro di me come una fiamma silenziosa, che continua a illuminare ogni gesto, ogni parola, ogni sogno, è rimasto la mia casa invisibile, il luogo segreto dove la mia anima continua a recitare, perché la passione vera non si spegne: si trasforma, si adatta, trova nuove strade. E il legame con la mia famiglia mi ha portata a non inseguire il successo a Roma. Ho scelto di restare, di costruire un percorso diverso. Dopo la laurea ho scelto un’altra strada,ho vinto un concorso e sono diventata funzionario di pubblica amministrazione. Anche questa esperienza è stata gratificante: mi ha dato stabilità, responsabilità e la possibilità di sentirmi utile per la comunità.
Così la mia vita si è divisa tra due dimensioni: l’arte, che mi ha insegnato a conoscere me stessa, e il lavoro pubblico, che mi ha dato un ruolo concreto nella società. Due mondi apparentemente lontani, ma che insieme raccontano la mia storia di crescita, responsabilità e passione perché ogni passo, ogni decisione, ha contribuito a formare la persona che sono oggi con la convinzione che le storie scritte, recitate o sognate siano il modo più bello che abbiamo per sentirci parte di qualcosa di più grande.”
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