I CASALI DELLA TERRA DI SANTA LUCIA, SEU MASCALCIA E DI MOMPILERI

Nel 1602 il casale di Mascalucia contava 230 fuochi per una popolazione che oscillava dalle 900 alle 1.150 unità (Longo, 1969).

Nel 1641 la Corona spagnola afflitta dai debiti, e obbligata ad introitare quanto più denaro possibile, decise di vendere i casali di Catania.

Il 22 dicembre 1645, Mascalucia, e altri otto casali, furono venduti per trentacinquemila ducati al banchiere d’origini genovesi Giovanni Andrea Massa. Questi successivamente diede in dono il casale a Nicolò Placido Branciforte, principe di Butera, il quale, nel 1651, fu nominato da Filippo IV Re di Spagna, duca di S. Lucia o Mascalcia; il casale fu insignito del titolo di ducato.

Così prosegue l’Abate Amico nel Lexicon topographicum siculum: “Nicolò Placido Branciforti lasciò questo Casale al secondogenito Francesco partoritogli della moglie Caterina Branciforti, il quale fu Cavaliere di San Gennaro, due volte Pretore di Palermo e nel tempo della guerra che ci fu in Sicilia coi Francesi splendidamente provvedette alla patria ed al Regno intero; ebbe da Caterina Carretto il figliuolo Niccolò Placido II che divenne Principe di Butera”.

Il casale di Mompileri confinante a nord con quello di S. Lucia, il cui territorio oggi ricade nel comune di Mascalucia, era fin dal quindicesimo secolo un dominio feudale.

La prima baronia di Mompileri fu concessa da Re Martino detto “il giovane” nel 1399, a Galvagno de Turtureto da Messina (Mompileri, 1980).

Dopo due generazioni le notizie sul feudo si perdono; non si sa se dal 1450 al 1650 il baronato sia rimasto in possesso ai Turtureto, o sia ritornato di proprietà del regio demanio.

Nel 1650 all’epoca della vendita dei casali, un tale Giacinto Mirelli ottiene il titolo di Marchese di Mompileri, mentre il genovese Andrea Massa acquista il possesso del feudo nel 1645 (Lombardo, 1966).

La divisione del titolo feudale dall’utile possesso del feudo era una pratica diffusa ai tempi di Filippo IV, il quale, a causa delle numerose e snervanti guerre in sostegno della decadente monarchia spagnola, aveva bisogno d’ingenti somme di denaro; così anche la compravendita di titoli nobiliari si rendeva necessaria. Nel censimento del 1652 si contavano 1.413 abitanti a Mascalucia e 515 a Mompileri. Nel volgere di tre anni i due casali subiranno un considerevole calo demografico, passando rispettivamente a 1.035 e 200 abitanti (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

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Catania ricompra i suoi Casali

Nel 1645 il senato catanese si propone il riscatto dei casali venduti; per questo si impone una specifica tassa.

“L’anno 1652 la città malgrado tanti infortunj sofferti si trovò ad aver accumulato con il dazio imposto le somme per la ricompra dei Casali che potevano almeno abilitarla a chiederla. Fece la domanda, e perché avesse effetto vi s’impiego ad avvalorarla l’egregio concittadino, e illustre legista Mario Cutelli (questi nello stesso anno scriverà una memoria in spagnolo, Catania Restaurada, nella quale esporrà le ragioni di Catania in questa contesa).

Ma fu il vescovo Gusio che credendo di dover unire ai vantaggi spirituali…i temporali…andò a Palermo a sue spese; ivi…nulla risparmiò per arrivare al desiderato conseguimento; si vide trattar la causa nel Tribunale della Gran Corte, faticare, spendere del suo, domandare, implorare. Egli vinse finalmente” (Ferrara, 1829).

Il forte interessamento del vescovo Gussio, trovava fondamento nel timore che i nuovi proprietari dei casali avanzassero il diritto di subentrargli nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui dei rispettivi feudi. Il timore scaturiva dalla lettura dei contratti di vendita, grazie ai quali i compratori, come già ricordato, erano investiti dei diritti comprendenti fra l’altro, lo sfruttamento delle terre colte e incolte, i corsi d’acqua, i legnami, le decime, ecc. (Gaudioso, 1971).

La preoccupazione riguardava anche gli abitanti dei casali, che nei rispettivi baroni avrebbero potuto trovare pretese più immediate e onerose, rispetto a quelle avanzate dal vescovo.

Questi pericoli erano in ogni caso superati grazie ad un accomodamento. I casali erano stati venduti a titolo anticretico, cioè risolvibile; si doveva escludere la pretesa, da parte dei nuovi proprietari di dover subentrare al vescovo nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui nei boschi (Gaudioso, 1971).

Nella maggiore parte dei casi poi, gli acquirenti erano solo interessati al titolo nobiliare, e non si occuparono della gestione dei casali.

Il 17 maggio 1652 Catania domanda formalmente di ritornare in possesso dei casali. Intende riaverli “…con le loro pertinenze, nel modo e nella forma nei quali la città di Catania possedeva prima della loro vendita e al presente li detengono i loro possessori, e la città offre 149.500 scudi alle sotto indicate persone…a Domenico Di Giovanni scudi 42.500 per i casali di Trecastagni, Viagrande e Pedara dell’elenco dei già venduti in vigore degli Atti stipulati l’11 luglio e il 6 febbraio 1641” (Luog. di Prot. 364-365).

“….A Vespasiano Trigona per il prezzo del Casale di Misterbianco 12.000 scudi….a Giovanni A. Massa, o altro per esso, per San Giovanni la Punta e San Gregorio 8.000 scudi. Allo stesso, per San Giovanni Galermo, Sant’Agata, Trappeto, Plachi, Camporotondo, S. Pietro, Mascalucia e Mompileri scudi 35.000, che tutti fanno la somma di scudi 97.500; e perché si pretende che abbiano detti compratori erogato per lo jus luendi scudi 12.000 da S. M., e Regia Corte di alcuni Casali offerisce la città in tal caso che vi fosse la detta somma sborsata” (Ferrara, 1829).

Anche il parere del viceré è favorevole al reintegro dei casali “…ut casalia praedicta redducantur et redduci debeant ad eandem urbem Cathane..” (Luog. di Prot. 366). Nella risposta affermativa del Tribunale del Regio Patrimonio si accettano le tesi difese nel 1640 dal Cutelli. Con la vendita dei casali la città è rimasta priva di difesa, e ha perduto le sue rendite (Luog di Prot. 426).

Il senato catanese alla domanda di riscatto pone dieci condizioni; la più importante delle quali è: “che debba detta vendita esigersi col brachio regio, e privilegio col quale s’esigono le vendite reali per via del tribunale del Regio Patrimonio” (Luog. di Prot. 418); con questa richiesta la città pensava di tutelarsi.

I compratori rientrano così in possesso delle somme sborsate 11 anni prima, guadagnando al netto tutto ciò che era possibile guadagnare, meno le somme spese per opere pubbliche (Pistorio, 1969).

Si era intanto diffusa la notizia che gli abitanti dei casali fossero contrari a ritornare sotto la giurisdizione di Catania.

Il viceré da mandato al castellano di prendere possesso dei casali e riferire su queste voci.

Nel suo rapporto il castellano smentisce ogni atteggiamento ostile: “…io era a Misterbianco…si prese possesso non solo con quiete ma con applauso, e pubblico giubilo sonandosi le campane, e cantandosi il Te Deum. Si passò a Trecastagne, e poi negli altri casali dove anche i ragazzi cantavano viva Catania” (Ferrara, 1829).

Di diverso avviso è Alfio Longo, il quale nel libro Cenni storici su Misterbianco (1969), pubblica il contenuto di un antico manoscritto sul riacquisto dei casali da parte di Catania: “Alli 14 di maggio la città cioè tre senatori che furo: Fortunato Todisco, barone di Busciarca, don Pietro di Francesco e don Vincenzo Paternò, baroni delli Ficarazzi, andarono in Musterbianco, dove all’hora era il castellano, portando con essi molta soldatesca”.

Misterbianco era contraria a ritornare sotto l’egida di Catania, e aspirava all’indipendenza. Longo continua citando una supplica partita da Misterbianco, e inviata al viceré: “V. S. ill.ma sia servita vendere sette casali alle persone della detta città di Catania acciò detti popoli di detto casale non siano soggetti alla giurisdizione della città di Catania, stante li detti popoli di detto casale patiscono e ricevono dalli cavalieri e gentiluomini della detta città di Catania trattandoli da schiavi senza poter riportare la loro giustizia, né potere avere governo per il benefizio pubblico per servizio di Dio e di Sua Maestà, per essere detto casale discosto dalla città di Catania di cinque miglia”.

La supplica non è ascoltata. Carlo la Privitera, uno dei più influenti cittadini del paese, sostenitore dell’indipendenza del casale, è arrestato a Palermo e incarcerato (Longo, 1972). Misterbianco è occupata dalle truppe al comando dei senatori.

Altre “soldatesche” occupano Plachi e Mascalucia e “dopo delli casali di San Pietro e Camporotondo l’uomo di don Rijtano”.

Nei giorni seguenti anche i rimanenti casali sono riconsegnati alla città.

Catania mantiene i casali solo per due anni. Nel 1654, il Re ordina che i casali si rivendano agli stessi compratori di prima. “Gli abitanti di essi ne furono sommamente afflitti, e Catania ne soffrì immensa perdita, e gravissimo danno. Le disgrazie che dopo qualche tempo vennero a piombare su di essa, tennero anche lontano per sempre il pensiero di una nuova ricompra” (Ferrara, 1829).

L’insieme integrato di città e casali costituiva il terzo centro politico dell’isola. Con la perdita dei casali Catania precipiterà al nono posto per ampiezza demografica fra le città siciliane, contando appena 11.340 abitanti. La ripresa sarà lenta. Solo nel 1798 la città riguadagnerà le posizioni perdute, assestandosi in seconda posizione dopo Palermo (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

 

 

 

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La vendita dei Casali di Catania

Nel 1602 per ordine del viceré fu eseguito il “notamento delli nomi et numero delli casali della città di Catania” (Real Secreteria, 1602). Nel complesso la popolazione dei casali ammontò a 18.495 abitanti (Longo, 1969). Il censimento fornì alla corona spagnola il quadro della situazione demografica ed economica della zona, dal quale scaturì il convincimento che i casali potessero essere costituiti in università e venduti con titoli nobiliari (Scandura, 1978). Alcuni casali volevano rendersi indipendenti da Catania; sintomatica è la ribellione di Misterbianco (Longo, 1969). La situazione economica di Catania e dell’isola non era prospera. La regione pativa le difficoltà finanziarie della corona, impegnata in vari e snervanti fronti di guerra: quella dei trent’anni (1618-48), il conflitto nei Paesi Bassi (1621), la rivolta portoghese (1640) e la rivoluzione napoletana (1647), (Guarracino, 1988). La pressione fiscale era insopportabile e la Spagna, per evitare il collasso, dovette ricorrere ai banchieri genovesi, che avranno un ruolo attivo nella compravendita dei casali.

Tutto ciò in Sicilia, periferia di un impero ormai in declino, aveva conseguenze ancor più gravi, dovute alle carestie, alle epidemie e all’insufficiente produzione di grano per il fabbisogno interno (Hurè, 1997).

Nel parlamento del 1639, tenutosi a Messina, le magistrature catanesi fecero presente al viceré, duca d’Assumar, le disastrate condizioni delle finanze cittadine e il preoccupante spopolamento della città. Il duca “fece ordine con il quale lusingandosi di poterla ripopolare permise che per dieci anni gl’indebitati potevano liberamente stare a Catania” (Ferrara, 1829). Questa sorta di licentia populandi, finalizzata all’accrescimento della popolazione e quindi degli introiti, avrebbe potuto produrre benefici solo nel lungo periodo. Il progetto non ebbe seguito. Occorrevano altri mezzi per “sacar dinero”.

Ferrara in Storia di Catania (1829), scriveva: “…il viceré che andava dovunque cercando denaro fece risolvere dalla Giunta che si vendessero i casali di Catania. La città ne fu vivamente addolorata. Validissime furono le istanze dei catanesi, ma il tribunale del patrimonio malgrado il voto contrario dell’avvocato fiscale Mario Cutelli che come catanese difendendo l’interesse della giustizia, e della sua patria sforzossi a provare che i casali non potevano essere vendibili, decise che si vendessero”.

Nella supplica del senato catanese contro la vendita, esposta dal Cutelli, si argomentava che Catania nei casali “all’intorno avea difesa, e sussistenza”. In caso d’attacco nemico la città, priva di difese e fortificazioni, avrebbe avuto nei casali dei figli pronti a correrle in aiuto. In oltre questi fornivano viveri, legno, carbone ed ogni altra materia di bisogno alla città. Si opposero anche argomentazioni storico-giuridiche: ossia che la vendita sarebbe stata una “lesione di diritto posseduto da tempi immemorabili”, che sarebbe stata un affronto alla secolare antichità di Catania, sempre in luce per i costanti servizi prestati in ogni tempo ai sovrani; inoltre Catania avrebbe pagato così una somma enormemente superiore a quanto nel parlamento le era stato imposto “per sua tangente” (Ferrara, 1829).

Le lamentele restarono inascoltate e nel 1640 si iniziarono le operazioni di vendita. La cessione all’asta dei casali etnei, con i relativi titoli nobiliari, fu realizzata da Pietro Corsetto. Filippo IV lo nominò vescovo di Cefalù e nel 1640, gubernator della Sicilia.

Con la vendita, l’università costituente il casale era sciolta dalla giurisdizione di Catania e dichiarata terra demaniale, vale a dire regia. Si concedeva una juritate, ossia un corpo di giustizia civile e criminale (Scandura, 1978).

Per primi furono venduti i casali di Trecastagni e Viagrande, nel 1640. Li acquistò Domenico Di Giovanni, già titolare dei feudi di Saponara e Castronovo. L’anno seguente lo stesso compratore acquistò Pedara. La famiglia dei Di Giovanni era messinese, ma d’origini aragonesi; tale ascendenza si faceva risalire a Pietro Di Giovanni, tesoriere di Pietro III d’Aragona, arrivato in Sicilia dopo il Vespro, nel 1282 (Villabianca, 1754).

I primi due casali furono acquistati per 30.000 scudi, il terzo per 12.500, con un prestito suppletivo alla regia corte di 800 onze, purché non si superasse l’interesse del 12%. (Pistorio, 1969). Il Di Giovanni divenne rispettivamente: principe di Trecastagni, signore di Viagrande e barone di Pedara. L’atto di vendita formulato in un latino ridondante, ripeteva all’infinito i medesimi concetti, al fine di evitare controversie future. Nel documento si concedeva al nuovo proprietario il diritto di mero et mixto imperio cum commoda gladii protestate, nei fatti la potestà di legiferare, governare e punire; si fissavano i confini dei casali, e si garantiva la possibilità di cedere agli eredi (habere pro se suisque heredibus, et successoribus).

Si garantiva lo sfruttamento dei boschi, delle vigne, i proventi delle gabelle, i diritti censuali (iura censualia), le affittanze (loheriia) e le decime; l’acquirente aveva anche il diritto di nomina del personale degli uffici, dei giurati e dei sindaci. Tutto quello che fino a quel momento era stato di pertinenza della Regia Curia passava, omnia includendo et nihil excludendo, nel diritto di Domenico Di Giovanni. Questi, in virtù dell’acquisto, aveva diritto a tre seggi al braccio militare del parlamento siciliano (Pistorio, 1969).

Il titolare del feudo pagava alla Regia Corte di Palermo l’adoa, un contributo in denaro che sostituiva il servizio personale che i nobili dovevano pagare, oltre il rilievo, in caso di successioni nobiliari.

Con la vendita, la pressione fiscale sulla popolazione aumentò. A ciò si aggiunse nel 1647, una terribile carestia, che a Catania provocò “tumultuazioni popolari” (Ferrara, 1829). Dal 1640 si erano intensificate le riscossioni dei donativi dovuti all’erario pubblico: gabelle sulla seta, sul taglio del legname, donativo delle fortificazioni, delle galere regie, delle macine e delle regie tande. A questi donativi si aggiunsero le tasse da pagare al nuovo barone. I balzelli erano riscossi dai giurati, che costituivano l’officium juritatis urbis.

I giurati erano nominati dal viceré per proposta del feudatario. Essi amministravano il casale in sua vece, controllavano la vendita dei prodotti alimentari e riscuotevano le imposte, sia per il barone, sia per la Regia Curia (Scandura, 1978).

La permanenza di Domenico Di Giovanni nei nuovi feudi durò poco. Dopo aver apposto simbolicamente il blasone di famiglia sul palazzo di residenza e all’ingresso di Trecastagni, si ritirò a Messina, dove morì nel 1666 (Villabianca, 1754).

Finanziatore e garante del Di Giovanni fu il banchiere Giovanni Andrea Massa. Questi dopo aver finanziato l’acquisto dei primi casali, reputò più conveniente agire in proprio.

“…La famiglia Massa prende origine dalla repubblica di Genova ed è molto avanzata nel nostro regno per i feudi, e i vassallaggi, che vi possiede. Fu esso Giovanni Andrea il primo duca di questo titolo per concessione avutane dal Sermo Re Carlo II con privilegio dè 25 maggio 1667. Ottenne egli la carica nobilissima di deputato del Regno nel 1654, ed arricchì la sua famiglia con gli acquisti delle terre di San Gregorio, Trappeto…, ecc.

Comprò ancora i feudi di Bonvicino, Cattafi, e Fanaco. Cesse finalmente al fato estremo di sua vita in Palermo, e fu sepolto nella chiesa del Monastero delli sette Angioli” (Villabianca, 1754).

Nel 1642 il Massa acquistò per 32.000 scudi il casale di Misterbianco, che rivendette subito dopo a Sebatiano Trigona per 12.000 scudi, più altri 20.000 quale donativo alla Regia Corte, col titolo di marchese.

Nel 1645 acquistò i casali di San Giovanni la Punta e San Gregorio, per 8.000 scudi (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Restava un altro gruppo di nove casali, per i quali si decise la vendita attraverso un regolare bando: “Cui volesse attendere alla compra delli casali…chiamati Mompileri, San Pietro, Camporotondo, San Gioanne, Li Plachi, Sant’Agatha, Trappito, Tremisteri, Mascalcia, conforme al contratto della vendita fatto di Misterbianco con titolo di Barone per ognuno di essi… facci la sua offerta et la presenti nella corte della Regia Secrezia….che si libererà al meglio offerente…” (Luog. di Proton. 307).

L’offerta sembrava conveniente, perché era concesso per ogni casale il titolo di barone. Ma non era difficile capire che si trattava di “merce” svalutata, perché bastava acquistare piccoli casali, abitati da poche centinaia di persone per fregiarsi di un titolo nobiliare.

Le offerte furono diverse. La più vantaggiosa fu quella del banchiere genovese: “… Giovanni Andrea Massa offerisce a Vostra Eccellentia comprare….tanto per esso o persone nominande e loro eredi e successori, in perpetuum carta gratiae reddimenti li nove casali nominati di Catanea….con tutto loro integro territorio, membri e universe pertinenze che li spettano… e col loro vassallaggio, creatione di officiali, giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio, frutti, introiti e proventi per ognuno di detti casali…” (Luog. Di Prot. 305).

Massa all’acquisto pose determinate condizioni: 1) avrebbe potuto rivendere i casali a chi voleva; gli eventuali compratori dovevano essere trattati “come se comprassero dalla Regia Curia, et si intendano baroni”. 2) la Regia Corte avrebbe potuto rientrare in possesso dei casali, versando il prezzo ricevuto, oltre gli interessi e le somme dovute per i miglioramenti prodotti. 3) al contratto doveva subito seguire “l’effettiva e real possessione di tutti detti casali”. 4) il compratore offriva 35.000 onze (Longhitano, 2000).

L’offerta e le condizioni furono accettate. Si diede così via alla stipulazione del contratto, firmato il 22 dicembre 1645.

Il contratto seguiva lo schema dei precedenti: si specificavano i motivi della vendita, dovuti alla necessità di incamerare denaro a causa delle guerre del Portogallo e Barcellona.

Si attestava la separazione dei casali da ogni giurisdizione civile, criminale, possesso e dominio da Catania.

Il feudatario aveva potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria. Nell’amministrazione della giustizia non era in ogni caso immune da vincoli. Esclusi dalla sua giurisdizione erano i reati più gravi e “semper excepitis criminibus heresis et lese divine et humane Maiestatis”. (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Il cambio di proprietà impose la demarcazione dei confini o “finàite” per ogni casale. L’incarico fu affidato al capitano d’armi Francesco Antonio Costa, che approntò anche le piantine. Costa incontrò notevoli difficoltà tecniche nel distinguere i casali di Sant’Agata, Trappeto e Tremestieri. Questi formavano un corpo intero e sarebbe stato opportuno lasciarli uniti, in un’unica realtà amministrativa. Dei tre casali solo Tremestieri vantava una certa consistenza demografica ed economica, mentre Sant’Agata e Trappeto erano di “pochissima conditione” (Luog. di Prot. 112).

Per motivi economici e politici, sia la Corte, sia il Massa, decisero di separare i tre casali (Longhitano, 2000).

Nel 1646 Giovanni Massa cedette Tremestieri a Pietro De Gregorio Buglio, che acquistò il titolo di duca. La vendita riguardò solamente il titolo feudale, perché l’utile possesso del casale restò al Massa (Distretto scolastico N° 18, 1993).

Nello stesso anno Massa vendette il casale delli Plachi e di Galermo a Girolamo Gravina Cruyllas.

Il Gravina, d’origini normanne, due anni prima aveva acquistato il titolo di principe. Successivamente, nel 1669 otterrà il marchesato di Mompileri (Incardona, 1984).

Il casale di San Pietro, acquistato da Andrea Massa, è nel 1646 venduto ad Antonio Reitano, che acquisisce il titolo di principe. Nel 1683 il titolo nobiliare passa a Francesco Pietrasanta. Nel 1774 l’investitura del titolo succede ad Egidio Pietrasanta, figlio di Francesco.

Nel 1779 il casale di San Pietro è acquistato dal nobile catanese Giuseppe Mario Clarenza. Questi all’originario nome aggiunse il proprio cognome, creando all’attuale San Pietro Clarenza (Tomasello, 1980).

Nel 1649 il marchese Diego Reitano acquistò da Antonio Reitano la proprietà del piccolo casale di Camporotondo.

Il prezzo della vendita fu di 2.800 once. Nel contratto di vendita il patrimonio fondiario non fu sottoposto ai vincoli e agli oneri feudali, ma restò esente dal servizio feudale e quindi “franco allodico con mero e misto impero” vale a dire con autorità di una o più persone (Distretto scolastico n° 18, 1993).

di Gabriele Grimaldi

 

 

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Origine dei Casali di Catania

I casali “di lu paysi di Cathania” costituivano fin dalla dominazione normanna, con la donazione fatta nel 1091, da Ruggero d’Altavilla al vescovo Angerio di Catania, la principale fonte di reddito della chiesa etnea, attraverso il taglio del legname, i pedaggi, le decime e i balzelli sui mulini; “Redditus et proventus catanensis Ecclesiae vidilicet forestam, dohanam, fundacos, ecc.” (De Grossis, 1654).

Nello stesso periodo, papa Urbano II, confermava e accresceva le prerogative vescovili: “Facendo nel 1091 un’amplissima donazione alla chiesa vescovile, seu monasteriale, nella quale allora risiedeva Angerio, abbate e vescovo di essa….di nuovo le conferma accrescendole di maggiori prerogative dando alla chiesa suddetta e per essa al vescovo e suoi successori, tutta la giurisdizione e potestà colle preminenze solite tenersi dalli Re e Principi terreni nelli lochi del loro dominio” (Longo, 1972).

In seguito a queste donazioni, la Curia estendeva i suoi tenimenta nei territori di Pedara, Trecastagni, Viagrande e Nicolosi (Gaudioso, 1929). Così erano anche gli altri casali del bosco etneo; le città erano: Catania, Aci e Paternò. La nascita e lo sviluppo in forma stabile d’alcuni casali si deve alla vicinanza con i monasteri, soprattutto benedettini. I monasteri suddetti costituivano la meta d’uomini che si dedicavano all’agricoltura e che arrivavano anche dalla Calabria. Hanno origine agricolo-religiosa le denominazioni della bassa latinità Tria Monasteria (Tremestieri), Tri Castra (Trecastagni), La Pidara (Pedara) Monasterium Album (Misterbianco); (Scandurra, 1978).

In questo periodo le notizie sui casali riguardano le controversie e le angherie sugli usi consentiti in questi territori.

Nel 1168 il vescovo Ajello mosso da pietà e misericordia verso gli abitanti dei casali, volendo porre fine agli arbitrii dei suoi predecessori, concedeva l’esercizio degli usi nei boschi etnei e l’esportazione dei prodotti entro e fuori la città. Il vescovo come contropartita riceveva le “decime” in natura (De Grossis, 1647).

Nel 1239, sotto Federico II, Catania e i casali furono reintegrati al Regio Demanio, causando la situazione paradossale di una città demaniale (Catania) priva di un proprio demanio, la quale, pur continuando ad esercitare la propria giurisdizione amministrativa sui casali, non ne aveva alcuna sul territorio degli stessi (Sapienza Pesce, 1998).

I casali, chiamati anche i “vigneti di lu paysi di Cathania” erano quelli “di la contrata di mumpileri, di sanctu petru, di la maniscalchia, di la pidara, di trimustera, di tricastagni, di santu Johanni di la punta e della contrata monti albi” (Atti dei giurati, 1447).

I conflitti sull’utilizzazione del bosco etneo continuavano. Nel XVI secolo i vescovi erano soliti disboscare i terreni appartenenti al Regio Demanio, al fine di aumentare le terre coltivabili, e incrementare così le entrate da affitti e canoni enfiteutici (Longhitano, 2000). Questa politica di sdemanializzazione dei boschi, attuata dalla mensa vescovile, era un danno per i cittadini dei casali, cui era garantito l’uso imprescrittibile di questi territori. Le legittime rimostranze delle popolazioni, che non volevano subire le angherie del vescovo, per gli usi da loro sempre esercitati nei boschi, trovarono il sostegno sia del senato catanese, sia della Corona (Gaudioso, 1971).

di Gabriele Grimaldi

 

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