La statua della Madonna delle Grazie di Mompilieri.

Le fantasie e le false credenze rendono oggi poco chiara e conosciuta la storia del ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie di Monpilieri. Qualche chiarimento è quindi opportuno fornirlo a quanti sono interessati a questo argomento. La fotografia della statua pubblicata sul sito di Mompilieri, definita «gioiello di inestimabile valore affettivo e religioso» nonché «opera del Gagini… ritrovata intatta sotto 10 metri di lava», ce ne fornisce l’opportunità.

Si, è vero! La statua è amatissima da tutti noi ed è assai bella agli occhi del cuore. Con altrettanta onestà bisogna però ammettere che, andando oltre il sentimento, essa non è di certo un capolavoro di raffinatezza e quindi ben difficilmente – come da più parti si è affermato – può essere uscita dalla bottega di Antonello Gagini. Al riguardo non si può essere più precisi per la mancanza di un adeguato studio specialistico. Qualcosa si può dire però sulle condizioni in cui la statua fu trovata e in cui oggi versa.

Nelle cronache settecentesche si evidenzia che la statua venne trovata “illesa” (secondo Giovanni Andrea Massa) o “intatta e conservata” (secondo Antonino D’Urso). Il tutto in linea di massima è vero perché la statua è ancora oggi visibile sull’altare maggiore del santuario; bisogna però intendere il reale significato di questi aggettivi. Indubbiamente la statua era “intatta” (a parte gli interventi, più o meno devastanti, che subì per essere trasportata in superficie) ma non “illesa” o “conservata”, ovvero lustra e splendente come quando uscì dalla sconosciuta bottega in cui fu lavorata. Non poteva esserlo date le alte temperature cui fu sottoposta.

Una prima informazione sulle condizioni in cui fu trovato nel 1704 il simulacro la fornisce in quegli stessi anni don Ludovico Pappalardo di Pedara. A suo dire la statua era «intiera e senza lesione alcuna, soltanto decolorata [corsivo mio] dagli aliti del fuoco che intorno la circondò ma non toccò». Un articolo del professor Enzo Maganuco della nostra Università, pubblicato su La Sicilia del 20 febbraio 1955, chiarisce ulteriormente le reali condizioni in cui venne trovato il simulacro. Ne riporto la frase più significativa: «… esaminammo la statua della Vergine restaurata nel passato da mano sapiente con stucchi e vernici che avevano piamente colmato le sbocconcellature prodotte da calcificazione per l’infernale temperatura del magma [corsivo mio].» Dopo la scoperta, la statua era quindi “sbocconcellata” ovvero scheggiata in più punti.

Ci sono poi notizie di prima mano su come si presentava il marmo nel 1704 quando fu condotto in superficie dai cavatori. Don Geronimo Macrì, cappellano della matrice di Belpasso e “Consolo” della beata Vergine, seguì per decenni le sorti dell’amata statua ritrovata nella grotta e, nel corso di una vertenza giudiziaria tra don Antonino D’Urso e don Nunzio Tomasello, rilasciò una dichiarazione a favore del primo in cui affermava che questi, quando era vicario del borgo, spese di sua tasca dodici onze per «acconciare» la ritrovata statua della Vergine «per haversi guastata nel tempo che si usciva da quelli grutti». Nel raggiungere la superficie attraverso il lungo cunicolo scavato dai cavatori la statua subì quindi dei danni che si sommarono a quelli prodotti dalla lava. A restaurarla fu allora chiamato mastro Domenico Biundo.

In seguito il simulacro fu più volte restaurato in pessimo modo – applicandovi più mani di stucco – e ridipinto ancor più malamente utilizzando inadeguate vernici a olio. Questa sorta di infelice mascheratura impedisce di vedere le ferite che vi si nascondono sotto. Dal punto di vista estetico la statua suscita oggi l’orrore dei restauratori competenti. In realtà, a parte i danni subiti «per l’infernale temperatura del magma», non conosciamo il suo originario aspetto. Ignoriamo pure quante volte e in quali anni sia passata per le mani di restauratori incompetenti che l’hanno trasformata nel discutibile prodotto oggi conosciuto. La relazione della visita pastorale a Massannunziata del cardinale Dusmet conferma queste considerazioni: «Dopo il sullodato Arcivescovo s’incamminò a piedi alla volta della Chiesa detta di Mompelieri, … ove trovasi il simulacro di marmo della Madonna che trovatasi nella Chiesa rimasta sotto le lave. Dispiacque all’Arcivescovo che il detto Simulacro antico, tempo addietro era stato dipinto, poiché con quelle tinte tolsero il bello dell’antichità [corsivo mio].»

Nel corso della mia ricerca su Mompilieri ho raccolto alcune testimonianze sui restauri più recenti della statua. A dire del Sig. Pietro Padalino, la statua fu restaurata nel 1949 (per volere di padre Filippo Consoli) da un certo Recupero di Pedara. Il Sig. Sebastiano Patanè di Trecastagni ha poi riferito di aver fatto «rinfrescare» a sue spese la statua da due giovani (l’una restauratrice, l’altra architetto, di cui non ha specificato i nomi) che aggiunsero la bordura dorata alla parte inferiore della statua. Patanè sostiene inoltre che la parte superiore del simulacro è di gesso e che la vera statua, nascosta dalla superficie gessosa, è molto piccola. Come hanno notato le due restauratrici (che allora si rifiutarono di procedere a ulteriori restauri per non causare danni) le dita originali del simulacro sono danneggiate e sono state sostituite in epoca imprecisata. Il ritocco della statua, a dire di Patanè, avvenne prima del restauro voluto nel 2004 da padre Incognito, l’ultimo di cui si ha notizia.

Come è noto a molti devoti, si deve pure specificare che i pezzi in cui la statua era in origine divisa e congiunta da viti (o, secondo una diffusa opinione, in cui fu segata dai cavatori) potrebbero essere tre e non due come sostiene Giovanni Andrea Massa. Sembra infatti che, in passato, un devoto abbia collocato uno specchio all’interno dell’abside rendendo in tal modo visibile e fotografabile il retro della statua (non rifinito perché destinato a non essere esposto). Si è così potuto accertare la presenza di due linee di frattura: il primo taglio sarebbe sotto il piede del Bambino e il secondo all’altezza del ginocchio della Madonna. Ovviamente il simulacro è esaminabile anche scalando l’altare centrale. Cosa che, durante la ricerca da cui nacque il mio libro La Vergine nella lava, fu consentita soltanto al restauratore del nostro gruppo che desiderava esaminare da vicino la statua, ma che non riuscì ad appurare con chiarezza la presenza di tagli celati dalla recente verniciatura.

Dati più precisi sullo stato del simulacro si potranno avere soltanto sottoponendolo a specifiche analisi (anche radiografiche) che, auspichiamo, possano essere presto effettuate. Prima di allora sarà possibile soltanto congetturare sulle condizioni della statua e sui danni riportati nelle sue numerose traversie.

diGiancarlo Santi

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Studi e ricerche

“La Vergine nella lava” di Giancarlo Santi

Il libro è stato pubblicato nel febbraio del 2016.
Autore: Giancarlo Santi.
Titolo: La Vergine nella lava. L’antica chiesa di Mompilieri e le sue statue nei manoscritti dell’Archivio Storico Diocesano di Catania.
E mail del’autore: elidrisi@alice.it

copertina santiNel marzo 1669 l’Etna distrusse il casale di Mompilieri e la sua chiesa maggiore con le splendide statue che vi si custodivano: due di esse, attribuite ad Antonello Gagini, formavano il gruppo scultoreo dell’Annunciazione; la terza raffigurava la Madonna delle Grazie con il piccolo Gesù in braccio. Nella concitazione di quelle terribili ore, gli abitanti del casale riuscirono a salvare soltanto poche masserizie e nessuno seppe quale sorte avessero subito le tre amate statue. Dopo anni d’inutili ricerche, nel 1704 i cosiddetti “cavatori”, profughi mompilerini stanziatisi a Massannunziata, riuscirono a penetrare nella grotta formatasi tra i ruderi della chiesa e vi trovarono il simulacro della Madonna delle Grazie attorniato dalla lava ma integro sul suo altare. Delle altre due statue non fu trovata traccia. Erano restate all’interno della chiesa? Oppure, in un estremo tentativo di salvataggio, erano state condotte all’esterno?

I cavatori riuscirono nell’impresa scavando nella lava, a 9 metri di profondità, un lungo e tortuoso tunnel che, aggirando i ruderi della chiesa, li portò nella grotta che oggi chiamiamo “del Ritrovamento”. Non si trattò dunque di uno scavo effettuato direttamente sulla verticale della statua come si è sempre erroneamente raccontato.

Scrissero i cronisti dell’epoca che una veggente, ispirata dal Cielo, aveva indicato il punto in cui scavare per trovare il simulacro che fu poi collocato in una rustica chiesa intitolata alla Madonna della Sciara. Inutili tentativi furono poi effettuati per trovare le due statue del gruppo scultoreo dell’Annunciazione. Tra sogni, dicerie, speranze, delusioni, nacque così il mito del tesoro spirituale sepolto nella sciara di Mompilieri

Nel gennaio del 1955 infine, un operaio che scavava in una cava di ghiara antistante il santuario trovò casualmente la meravigliosa testa della statua dell’Annunziata. Due giorni dopo furono trovati la testa dell’Angelo e altri frammenti del gruppo scultoreo che oggi, dopo il restauro, sono visibili all’interno del santuario.

È questa in breve la vicenda di Mompilieri che da secoli affascina i devoti etnei e li spinge a pregare nell’odierno santuario della Madonna della Sciara ai piedi della ritrovata statua e nella Grotta del Ritrovamento.

Nonostante i libri scritti con intenti religiosi, molto della “vicenda Mompilieri” restava tuttavia distorto dalle numerose varianti della leggenda su essa fiorita. Per mezzo di un libro basato su fatti concreti occorreva quindi ristabilire la verità storica per contestare le tante erronee credenze locali; soprattutto quelle sul ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie.

Com’erano il territorio dell’antica Mompilieri e la chiesa dell’Annunziata prima dell’eruzione del 1669? Cosa avvenne nei terribili momenti della distruzione? Come fu scoperta in realtà la statua della Madonna delle Grazie? Come avvenne il suo recupero? Come e da chi nel 1955 furono trovati i frammenti delle due statue dell’Annunciazione? Per quali tortuose vie giunsero questi reperti nelle mani del Rettore del santuario?

Attraverso lo studio d’inediti documenti e i racconti dei devoti, tramite l’aiuto di studiosi e la collaborazione di amici speleologi, con il libro si è cercato di rispondere a questi e ad altri quesiti irrisolti da secoli. Si è così arricchita la “vicenda Mompilieri” d’inattese notizie riuscendo, soprattutto, a far emergere complesse verità fino a oggi trascurate. Ne è emerso un nuovo e, forse, definitivo assetto della storia più recente del santuario che il passare del tempo e l’oblio stavano già per confondere.

Soprattutto con la ricerca sul campo, l’esplorazione speleologica delle cavità sotterranee del santuario, è stato possibile ricostruire, seppur con grande difficoltà, come avvenne la scoperta del 1704. Le fuorvianti cronache settecentesche hanno infatti portato per lungo tempo la ricerca fuori via costringendo a una radicale revisione di quanto si tramandava.

Tutto è partito dalla scoperta e dall’esplorazione di un cunicolo lungo più di un’ottantina di metri che, snodandosi dopo una difficilissima strettoia dalla parete meridionale della Grotta del Ritrovamento, aggira da sud a 9 metri di profondità i ruderi dell’antica chiesa per poi dirigersi per un breve tratto, dopo un brusco cambiamento di direzione, verso ovest dove s’innalzava la facciata dell’antica chiesa. Un crollo nel cunicolo ha però impedito di raggiungere il portale della chiesa in stile gotico di cui parlano i cronisti situato una diecina di metri oltre l’ostruzione. L’esplorazione è stata quindi effettuata dall’interno dei ruderi dell’antica chiesa verso l’esterno, ovvero in senso contrario al percorso effettuato nel 1704 dai cavatori che trovarono la statua.

immagine grotta santi

Durante l’esplorazione uno speleologo avanza strisciando nel cunicolo scavato nel 1704 dai cavatori. Le dimensioni medie della galleria sono di 80 cm x 80 cm.

Il passo successivo, trovare il punto da cui i “cavatori” diedero inizio allo scavo – ovvero il punto che sarebbe stato indicato dalla veggente ispirata dalla santa Vergine – si rivelò, per l’inesattezza delle cronache settecentesche, la maggiore difficoltà dell’esplorazione. Da tali confusi resoconti s’intuì tuttavia che il punto iniziale dello scavo doveva trovarsi sull’esatta perpendicolare del portale dell’antica chiesa alla profondità di 9 metri; la profondità a cui si sviluppa il cunicolo esplorato. Si scatenò quindi un vero e proprio brain storming, l’accavallarsi delle più varie ipotesi sulla possibile collocazione del punto fatidico. Un punto da noi detto, per rispetto della locale tradizione religiosa, “della Veggente”. Tempesta durata fin quando fu individuata l’ipotesi più realistica che, come spesso capita nelle ricerche, era sotto gli occhi di tutti.

Nell’agglomerato lavico che aveva coperto la chiesa dell’Annunziata, oggi trasformato nel terrapieno su cui poggia l’odierna chiesa della Madonna della Sciara, le condizioni riferite dai cronisti del ‘700 si realizzavano soltanto in fondo a una piccola grotta che tutt’ora s’inoltra per una diecina di metri in tale ammasso lavico: la cosiddetta “Grotta Sottosagrato” per la sua posizione sottostante il sagrato della nuova chiesa. A conferma dell’intuizione, si scoprì che la grotta fu a suo tempo modificata in più punti per favorire il passaggio dei visitatori; nel fondo della grotta s’innalza soprattutto ancora oggi il recinto che doveva delimitare il pozzo, profondo 9 metri, che fu scavato dai cavatori sull’esatta verticale del portale della chiesa. Intuizione e stato del luogo coincidevano perfettamente.

Anche in questo caso, purtroppo, non è stato possibile procedere oltre il recinto. Il pozzo infatti è oggi inagibile perché colmo di terra da riporto. Non esistono documenti al riguardo ma, forse, lo scavo fu volutamente interrato quando nell’Ottocento, per facilitare le visite dei devoti, si chiuse il disagevole cunicolo e si fece sulla verticale della Grotta del Ritrovamento il pozzo che collegava la superficie dell’odierno piazzale con la cavità. Lo stesso scavo trasformato poi, nei primi anni ’50 del Novecento, nella comoda scala attualmente utilizzata.

Anche se l’esplorazione speleologica è rimasta incompleta per i suddetti ostacoli ambientali, ciò che è stato finora scoperto è sufficiente a ricostruire l’esatta modalità della scoperta della statua. Ovviamente la ripresa dell’esplorazione, più volte richiesta, consentirebbe di ampliare le conoscenze al riguardo. Come è stato più volte segnalato, si potrebbero forse trovare oltre la Grotta del Ritrovamento altri ambienti ipogei di grande interesse e, chissà, i ruderi di Mompilieri potrebbero un giorno divenire una nuova emergenza culturale di grande valore. Come inaspettatamente è avvenuto a Misterbianco con la chiesa di Campanarazzu.

santuario santi

Sopra. Facciata meridionale del santuario di Mompilieri. Il cerchio e la freccia indicano il punto in cui aveva inizio la Grotta Sottosagrato prima della costruzione del terrapieno. Dalla base dello sperone lavico, oggi delimitato da un’aiola, i “Cavatori” riportarono alla luce la statua della Madonna delle Grazie. La porta adiacente, da cui oggi si accede alla grotta, è quella che immette nei locale dei servizi igienici del piazzale.

di Giancarlo Santi

Fonti e documenti

Fonte: Vocabolario siciliano etimologico, italiano, e latino, dell’abate Michele Pasqualino da Palermo, nobile barese

Estratto dal documento del 1789 alla voce Mompileri.

“Mompileri Massa dell’Annunciata Massa Annunciata Scrit Pubb dall anno 1669 in quà e prima di tal tempo nominossi Mompilerius Faz Mons Pilerius Pirri Dicesi Massa in memoria del Duca Giov. Andrea Massa Signore della terra che la ristorò vi si aggiugne dell’Annunciata per quelle due famosissime statue di marmo che si veneravano un tempo nella Chiesa maggiore di essa terra ma restarono poi seppellite dal fuoco di Mongibello una delle quali rappresentava l Arcangelo Gabriello e l’altra la Vergine Maria in atto di ricevere la celeste ambasciata detta Annunciata.”

mompileri vocabolario etimologico_Fotor

Fonti e documenti

Scoperte: Sindaco di Massannunziata

Vi diamo un’ANTEPRIMA su cosa stiamo lavorando attentamente…

(cliccare sulle immagini per ingrandire)

Beh, ve lo avevamo detto che avremmo pubblicato cose inedite e profondamente legate a Mompileri!

Avete letto bene: “Al Signor Sindaco di Massannunziata”, e poi “Gaetano Scuderi Sindaco”. Abbiamo “tra le mani” il Censimento della popolazione dell’allora Comune di Massannunziata, parliamo di 267 abitanti, dove sono presenti tutti i nominativi con i relativi dettagli sulla professione, alfabetizzazione, oltre chiaramente all’età e, addirittura, su particolari condizioni fisiche o caratteristiche dell’individuo (in uno figuratevi vi hanno inserito come nota: “sciancato”).
Ma non solo, un’appendice elenca le persone “emigrate” e per quale motivo. Volete sapere verso dove? Beh alcuni sono emigrati “verso Mascalucia”…!
Non finisce qui. In appendice vi è anche una interessante mappa che riproduce il territorio di Massannunziata. Insomma c’è molto da scoprire e da approfondire.
Vi faremo sapere, nel frattempo seguiteci su… Mompileri Doc

Avvisi e comunicazioni Studi e ricerche

NASCE “MOMPILERI DOC”

 

mompileri doc logo

Cresciamo sempre di più, cari amici!
Vi invitiamo a seguire con un “mi piace” e a condividere la Pagina Mompileri Doc.
La Pagina assume come focus di interesse quello del territorio storico del Casale di Mompileri che ruota attorno al Monte Mompileri e abbraccia quindi parte del territorio dei comuni di Nicolosi, Belpasso e Mascalucia.

Perchè TUTTI siamo Mascalucioti DOC.

Avvisi e comunicazioni

I CASALI DELLA TERRA DI SANTA LUCIA, SEU MASCALCIA E DI MOMPILERI

Nel 1602 il casale di Mascalucia contava 230 fuochi per una popolazione che oscillava dalle 900 alle 1.150 unità (Longo, 1969).

Nel 1641 la Corona spagnola afflitta dai debiti, e obbligata ad introitare quanto più denaro possibile, decise di vendere i casali di Catania.

Il 22 dicembre 1645, Mascalucia, e altri otto casali, furono venduti per trentacinquemila ducati al banchiere d’origini genovesi Giovanni Andrea Massa. Questi successivamente diede in dono il casale a Nicolò Placido Branciforte, principe di Butera, il quale, nel 1651, fu nominato da Filippo IV Re di Spagna, duca di S. Lucia o Mascalcia; il casale fu insignito del titolo di ducato.

Così prosegue l’Abate Amico nel Lexicon topographicum siculum: “Nicolò Placido Branciforti lasciò questo Casale al secondogenito Francesco partoritogli della moglie Caterina Branciforti, il quale fu Cavaliere di San Gennaro, due volte Pretore di Palermo e nel tempo della guerra che ci fu in Sicilia coi Francesi splendidamente provvedette alla patria ed al Regno intero; ebbe da Caterina Carretto il figliuolo Niccolò Placido II che divenne Principe di Butera”.

Il casale di Mompileri confinante a nord con quello di S. Lucia, il cui territorio oggi ricade nel comune di Mascalucia, era fin dal quindicesimo secolo un dominio feudale.

La prima baronia di Mompileri fu concessa da Re Martino detto “il giovane” nel 1399, a Galvagno de Turtureto da Messina (Mompileri, 1980).

Dopo due generazioni le notizie sul feudo si perdono; non si sa se dal 1450 al 1650 il baronato sia rimasto in possesso ai Turtureto, o sia ritornato di proprietà del regio demanio.

Nel 1650 all’epoca della vendita dei casali, un tale Giacinto Mirelli ottiene il titolo di Marchese di Mompileri, mentre il genovese Andrea Massa acquista il possesso del feudo nel 1645 (Lombardo, 1966).

La divisione del titolo feudale dall’utile possesso del feudo era una pratica diffusa ai tempi di Filippo IV, il quale, a causa delle numerose e snervanti guerre in sostegno della decadente monarchia spagnola, aveva bisogno d’ingenti somme di denaro; così anche la compravendita di titoli nobiliari si rendeva necessaria. Nel censimento del 1652 si contavano 1.413 abitanti a Mascalucia e 515 a Mompileri. Nel volgere di tre anni i due casali subiranno un considerevole calo demografico, passando rispettivamente a 1.035 e 200 abitanti (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

Studi e ricerche