Francesco Rapisarda, intervista all’autore

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Mascalucia nei ricordi di Francesco Rapisarda

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“A Mascalucia ho vissuto insieme ai miei genitori, parenti ed amici il periodo più spensierato della mia vita che è stato quello della giovinezza, quando “eravamo felici…ma non lo sapevamo”.
Dopo oltre trenta anni di lontananza, intervallata solo da brevi parentesi sempre più ridotte di soggiorni, Mascalucia è diventata fonte di amore e di rabbia, di rimpianto e di sofferenza per quello che è stato e non è più.”
Da La stanza dello scirocco

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Notizie storiche di Mascalucia (A. Somma – 1840)

 

Il presente articolo è un ampio scritto del Dott. Antonino Somma, in cui egli racconta le origini del piccolo “villaggio” di Mascalucia e ne descrive i rinvenimenti archeologici.

L’erudito fa presente che il territorio di Mascalucia è costellato da rinvenimenti archeologici di età romana; gli oggetti o più comunemente gli “avanzi” come soleva indicarli il dott. Somma, furono rinvenuti dagli agricoltori durante i lavori agricoli. Tra gli oggetti recuperati abbiamo monete (in prevalenza di epoca romana), sarcofagi in terracotta, grossi recipienti per derrate alimentari (cosiddette giare), lucerne, macine in pietra lavica e pietre incise.

Lo stesso Somma descrive una lucerna romana da lui stesso conservata, su cui è impresso il volto del Dio Giove e successivamente, menziona un sarcofago romano in argilla rinvenuto nei pressi della chiesa di San Antonio abate al cimitero, all’interno del quale fu rinvenuta una gemma incisa con il simbolo del Dio della guerra Marte.

Viene menzionato anche il rinvenimento di un mosaico e di alcuni resti (mattoni circolari in argilla, doccioni in piombo) relativi a delle terme romane scoperte all’interno dei terreni del Cavaliere Bonajuto, siti in contrada Trinità.

L’area che dal dott. Somma viene indicata come la più ricca in termini di rinvenimenti archeologici è contrada Ombra, dove doveva sorgere un antico Municipio romano citato dall’Abate Amico ed in parte distrutto da recenti colate laviche. In questa zona rimangono ancora visibili i resti di un antica torre romana, ma secondo più recenti studi, invece, potrebbe trattarsi di un monumento funebre. Ai piedi del suddetto monumento è presente un’ampia cisterna coeva al periodo della torre.

Nella seconda parte dell’opera il Dott. Somma fa un sommario resoconto dei principali avvenimenti storici che hanno interessato l’abitato di Mascalucia.

Alberto D’Agata

(CLICCARE IL LINK QUI SOTTO PER APRIRE L’ARTICOLO DI A. SOMMA IN FORMATO PDF – elaborazione a cura di Giulio Pappa)

Giornale di Scienze, Letteratura ed Arti per la Sicilia, a.XVIII, vol. 72, n.216 (1840), pp.225-248.

Fonti e documenti

I CASALI DELLA TERRA DI SANTA LUCIA, SEU MASCALCIA E DI MOMPILERI

Nel 1602 il casale di Mascalucia contava 230 fuochi per una popolazione che oscillava dalle 900 alle 1.150 unità (Longo, 1969).

Nel 1641 la Corona spagnola afflitta dai debiti, e obbligata ad introitare quanto più denaro possibile, decise di vendere i casali di Catania.

Il 22 dicembre 1645, Mascalucia, e altri otto casali, furono venduti per trentacinquemila ducati al banchiere d’origini genovesi Giovanni Andrea Massa. Questi successivamente diede in dono il casale a Nicolò Placido Branciforte, principe di Butera, il quale, nel 1651, fu nominato da Filippo IV Re di Spagna, duca di S. Lucia o Mascalcia; il casale fu insignito del titolo di ducato.

Così prosegue l’Abate Amico nel Lexicon topographicum siculum: “Nicolò Placido Branciforti lasciò questo Casale al secondogenito Francesco partoritogli della moglie Caterina Branciforti, il quale fu Cavaliere di San Gennaro, due volte Pretore di Palermo e nel tempo della guerra che ci fu in Sicilia coi Francesi splendidamente provvedette alla patria ed al Regno intero; ebbe da Caterina Carretto il figliuolo Niccolò Placido II che divenne Principe di Butera”.

Il casale di Mompileri confinante a nord con quello di S. Lucia, il cui territorio oggi ricade nel comune di Mascalucia, era fin dal quindicesimo secolo un dominio feudale.

La prima baronia di Mompileri fu concessa da Re Martino detto “il giovane” nel 1399, a Galvagno de Turtureto da Messina (Mompileri, 1980).

Dopo due generazioni le notizie sul feudo si perdono; non si sa se dal 1450 al 1650 il baronato sia rimasto in possesso ai Turtureto, o sia ritornato di proprietà del regio demanio.

Nel 1650 all’epoca della vendita dei casali, un tale Giacinto Mirelli ottiene il titolo di Marchese di Mompileri, mentre il genovese Andrea Massa acquista il possesso del feudo nel 1645 (Lombardo, 1966).

La divisione del titolo feudale dall’utile possesso del feudo era una pratica diffusa ai tempi di Filippo IV, il quale, a causa delle numerose e snervanti guerre in sostegno della decadente monarchia spagnola, aveva bisogno d’ingenti somme di denaro; così anche la compravendita di titoli nobiliari si rendeva necessaria. Nel censimento del 1652 si contavano 1.413 abitanti a Mascalucia e 515 a Mompileri. Nel volgere di tre anni i due casali subiranno un considerevole calo demografico, passando rispettivamente a 1.035 e 200 abitanti (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

Studi e ricerche

Mascalucia nel XIX secolo

 

Il censimento del 1817, a seguito del Real Decreto n° 122 dello stesso anno, attribuì a Mascalucia 2.506 abitanti, a Massannunziata 292.

Il terremoto del 20 febbraio 1818 arrecò molti danni in paese, causando la morte di nove persone. Nel 1819, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone, Mascalucia fu elevata a capo circondario e fu istituita una pretura, nella cui giurisdizione ricadevano i comuni di Trecastagni, Pedara, Belpasso, Gravina, San Pietro Clarenza, Nicolosi, San Giovanni La Punta, San Gregorio, Camporotondo, Sant’Agata li Battiati e Zafferana.

Quella scelta significò per Mascalucia il riconoscimento sia della sua centralità rispetto agli altri comuni, sia del proprio profondo livello di civiltà.

Nel 1837 un’epidemia di colera fece migliaia di vittime a Catania. A Mascalucia il morbo non attecchì, lasciando quasi indenne la popolazione (Sapienza Pesce, 1998).

L’anno successivo fu il vaiolo a mietere vittime a Catania. Il contagio arrivò anche a Mascalucia, e pur infettando moltissime persone, pochi furono i decessi.

L’epidemia fu descritta dal mascaluciese Vito Pappalardo nell’opera Storia della epidemia vaiolosa apparsa in Mascalucia nel 1839 e 1840 (1841). Ne riportiamo alcuni passi: “…furono contagiati dal vaiuolo arabo coloro che non lo avevano sofferto precedentemente ed i non vaccinati, indifferentemente dal sesso, l’età, il temperamento e la condizione sociale. I vaccinati da recente e quelli che lo erano stati da meno di dieci anni restarono immuni dalla epidemia vaiolosa…”.

Nel 1838, Ferdinando II, in seguito alla fallita insurrezione di Catania, cui partecipò anche molta gente di Mascalucia, per punizione, elevò Acireale a capoluogo di “Sottointendenza”, e innalzò Trecastagni a capoluogo di circondario autonomo, dove fu anche costituita la pretura. Molti comuni che prima ricadevano sotto la giurisdizione di Mascalucia, passarono così sotto l’egida di Trecastagni.

Il provvedimento fu motivato “per la reale soddisfazione per la fedeltà e l’attaccamento” dimostrati da Acireale e dai comuni vicini (Trecastagni), durante la sommossa di Catania del 1837 (La Piana, 1994). Mascalucia fu dunque punita per aver cospirato contro i Borboni.

L’inizio del diciannovesimo secolo, in Sicilia, si presentò come un crogiuolo d’ideali costituzionali e istanze indipendentistiche.

Mascalucia, già dai primi anni del secolo era divenuta una sorta di “laboratorio rivoluzionario”. Nel 1812 fu abolito il regime feudale; nello stesso periodo era emanata la costituzione ferdinandea, che sanciva la separazione fra i poteri dello stato (Ortoleva, 1988). La borghesia, gli artigiani e contadini di Mascalucia, si sentivano partecipi del fermento rivoluzionario proveniente da Catania.

Nel 1821 tutto ciò sfociò in un’associazione segreta di carbonari chiamata: “Vendita degli Umbri Liberali”. Nel 1837 i carbonari mascaluciesi cooperarono attivamente all’insurrezione di Catania; sul campanile della Chiesa Madre fu issata la bandiera della libertà e in chiesa s’intonò il “Te Deum” (La Piana, 1994).

Lo stendardo e il canto propiziatorio simboleggiavano il desiderio di libertà. Tale sentimento proveniva non solo da cerchie ristrette di mascaluciesi, ma da tutta la collettività.

L’insurrezione catanese fallì e molti mascaluciesi furono condannati. Ma questo sentimento, misto di fame di terra, d’ansia di libertà e di protesta anarchica, non morì. A Mascalucia esisteva un teatro, unico nella zona, dove si rappresentavano spettacoli di contenuto politico e dai toni patriottici.

Nel 1840, il piccolo comune di Massannunziata fu annesso a Mascalucia, divenendo la sua prima e unica frazione; l’anno dopo furono soppressi i diritti e gli abusi feudali e si diede corso alla liquidazione degli usi civici (Sapienza Pesce, 1998).

I moti del 1848-49 videro Mascalucia in prima linea; molti giovani si arruolarono nelle fila dell’esercito siciliano, alcuni morirono, come Matteo Consoli, altri, come il Barone Gaspare Rapisardi, furono deportati all’isola di Favignana. Dopo il fallimento dei moti, la polizia borbonica, comandata da Saverio Del Carretto, si distinse per la ferocia della repressione.

La Farina in Storia della Rivoluzione Siciliana del 1848-49 (1860), così narra quei fatti, parlando di alcune truppe di rivoltosi: “Traversarono Belpasso, Camporotondo ed alle sei di sera arrivarono a Mascalucia….da per tutto silenzio e tenebra…vedevansi per terra cadaveri di campagnoli e di soldati nemici. Era evidente che i Croati di Ferdinando II erano passati per quei luoghi…”. Nel 1860, in seguito allo sbarco di Garibaldi a Marsala, focolai di rivolta si accesero in tutta l’isola.

A Mascalucia partì un comitato rivoluzionario e molte case private furono trasformate in arsenali; ancora una volta sul campanile della Chiesa Madre fu issata la bandiera tricolore della rivoluzione.

Il dottor Antonino Somma nel 1863 scriveva: “In quel comune (Mascalucia) sorgeva nel 1860 il comitato centrale insurrezionale, misto di catanesi e di paesani, ed ivi convenivano i volontari armati di tutta la provincia, onde correre in aiuto di Catania, che gemeva sotto gli sgherri del Borbone; e da lì partiva la spedizione del 31 maggio 1860 comandata da Poulet, Caudullo, e Susanna, che fece prova d’inaudito valore, attaccando la truppa borbonica stanzionata in Catania sotto il comando del generale Clary”.

I gruppi rivoluzionari si raggrupparono quindi a Mascalucia, da dove sotto il comando del generale Poulet si spostarono verso Catania. Giunti in città, per la frenesia di combattere, non attesero l’arrivo delle altre squadre alleate; furono così sgominati dalle truppe regie.

I Borboni si preparavano a giungere a Mascalucia, quartier generale della spedizione. Il generale Clary aveva in animo di radere al suolo il paese, colpevole di aver fornito aiuto ai rivoltosi, e l’avrebbe fatto se non gli fosse giunto l’ordine improrogabile di spostarsi a Messina, per tentare l’ultima difesa all’isola (Somma, 1863).

La definitiva disfatta dei Borboni non permise la vendetta di Clary contro Mascalucia.

di Gabriele Grimaldi

 

Studi e ricerche

L’ERUZIONE DEL 1669 E IL TERREMOTO DEL 1693

I primi di marzo del 1669, l’Etna cominciò a tremare, e dopo numerose scosse sismiche ebbe inizio la più celebre e distruttiva eruzione etnea.

Il canonico Giuseppe Alessi in Storia critica dell’eruzione dell’Etna (1840), scrisse: “L’etnea eruzione dl 1669, ebbe luogo nel giorno 11 di Marzo. Sin dal giorno otto dello stesso mese, primo Venerdì di Quaresima, continui e fortissimi tremuoti scuotevano la terra; le case sembravano galleggianti navi su fortunoso mare….”.

Giovanni Andrea Massa in La Sicilia in prospettiva (1709), si occupò dei quegli avvenimenti: “Per quattro intieri mesi diluvii di boglienti ceneri e così dense: di arene bruciate, e così folte, di fumo, di caligini, che fattane l’aria dappertutto tenebrosa, si moltiplicavano al giorno eclissi di tenebre palpabili, e morta anche su più fitto meriggio la luce di sol che chiara era, facevasi buio di mezzanotte….un gran mare di fiamme bituminose….diramatosi in fiumi e in torrenti….elevandosi in su 50 e 60 palmi di altezza, occupavano la latitudine di tre, quattro o più miglia…. distruggendo e consumando terre e ville, tra le quali si contano, Mompileri, Misterbianco, San Pietro, Camporotondo, Torre del Grifo, Falliche, Mascalucia, La Guardia, Malpasso, Botteghelle, Galermo, S. Antonio, li Casali delli Lombardi e li Carusoti…”.

Un’altra testimonianza è fornita dal Recupero nella celeberrima opera Storia naturale e generale dell’Etna (1815): “…il terremoto cominciò la notte dell’otto Marzo 1669, alle ore tre. Andò sempre crescendo. Seguì il terremoto il giorno 9 Marzo e domenica 10 Marzo 1669. Alle ore 18 di domenica si aprì la terra e si fece una spaventosa fenditura lunga circa dodici miglia, che cominciava dal Piano di San Lio e terminava nella vetta dell’Etna”.

La prima fenditura si aprì quindi l’8 Marzo, a sud di Nicolosi, i cui abitanti, terrorizzati cercarono rifugio a Mascalucia nel quartiere delle Falliche. L’11 Marzo, verso ponente, si aprì una larghissima voragine, nel monte chiamato della Nocella, alle spalle di Mompileri. Alla mezzanotte dello stesso giorno un’altra bocca si aprì nel quartiere della Guardia di Malpasso, allagando buona parte di quella terra. La stessa notte, intorno alle due, altre bocche si aprirono più a sud. Una di queste circondò il monte di Mompileri in ogni lato e bruciò tutte le vigne, giardini e possedimenti (Mancino, 1669). Mompileri, sembrava poter essere salvata grazie all’omonimo monte che da nord la sormontava, ma “..la fiumana andò rapida ad urtare nella base settentrionale del monte. Ed invisceratosi in esso, venne…a sboccare dalla parte meridionale di detto monte….scompaginato il monte dalla veemenza e rapidità del torrente, si squarciò da per tutto anche con fenditure di un palmo….s’aprì con grandissimo trepido quasi nel centro, s’abbassò…si otturò quel canale procacciatosi da quel torrente, il quale poscia fu obbligato nel corso trasversale circondare detto monte dalla parte di oriente, e poi andare a seppellire la vicina terra di Mompileri, come successe la stessa notte” (Recupero, 1815). I mompilerini, smarriti e confusi dalla violenza e rapidità degli eventi, non misero in salvo le preziose statue della Madonna e dell’arcangelo Gabriele, che restarono sepolte all’interno della Chiesa Madre. Questa colata la cui larghezza superava le due miglia, la notte successiva, quella del martedì, prese la volta di Mascalucia (Mancino, 1669). La mattina del 13 Marzo il fiume di lava raggiunse il territorio di Mascalucia; bruciò il quartiere dei Lombardoti e lambì quello dei Marletti, continuando la sua discesa verso la zona dei Carusoti, “qui abbruciò da cento case e molte possessioni e si inviò per il casale di San Giovanni Galermo (Lombardo, 1966). Il 15 marzo la lava minacciò il quartiere dei Cantuni.Quattro giorni dopo, le fertili campagne di Torre del Grifo, a nord del paese, furono coperte dalla lava. Il 23 l’eruzione seppellì completamente i quartieri: Fallichi, Carusi e Lombardi. I mascaluciesi, memori di quanto avvenuto a Mompileri, misero in salvo la statua del loro patrono, S. Vito, e in processione la portarono a Catania, per sistemarla in cattedrale, dove nel frattempo giungevano i simulacri dei santi venerati in altre zone minacciate dalla lava (Aiello, 1996). Quei giorni furono un susseguirsi di processioni, veglie e preghiere. Il velo di S. Agata fu portato in processione per cercare di arrestare il fiume di lava. Buona parte del territorio di Mascalucia fu sepolto dalla lava e reso sterile e improduttivo (soprattuto la zona occidentale); i danni furono ingenti. Molte famiglie furono costrette ad emigrare a Catania, o nei paesi della piana (Militello e Francofonte).

Tali emigrazioni, secondo i calcoli di Domenico Aiello, causarono una riduzione demografica di circa il cinquanta per cento, passando da 1.715 ab. nel 1666 agli 875 del 1673. (I calcoli sono stati fatti consultando l’Archivio della Curia Arcivescovile di Catania).

Il 9 e l’11 gennaio 1693, sotto il governo spagnolo del viceré Uzeda, la parte sud-orientale dell’isola fu sconvolta da quattro violentissimi terremoti. La scossa dell’11 fu relativamente breve, durò, come scrissero i cronisti dell’epoca “lo spatio di un miserere”, ma fu la più rovinosa. Abbiamo poche notizie su ciò che successe a Mascalucia in quel frangente; sappiamo che il paese fu seriamente danneggiato; le chiese di S. Rocco e di S. Nicolò furono rase al suolo. La chiesa di S. Vito subì dei danni, ma restò agibile (Aiello, 1996). I morti furono 55 su una popolazione di 1.413 abitanti (Baratta, 1901).

Il diciottesimo secolo fu il periodo della ricostruzione post terremoto, e dei tre esperimenti di governo straniero che si susseguirono in Sicilia fin quasi al 1765: il governo dei Savoia, quello di Vienna, e dei Borboni di Napoli.

Mascalucia, pur nelle difficoltà legate alle carestie, epidemie, alle guerre e al non razionale sfruttamento della terra, riusciva ad avere un ruolo importante nell’area pedemontana. A Mascalucia c’erano la Corte Spirituale e quella Capitaniale. In quel periodo il paese fu scelto dai Benedettini come sede di villeggiatura. Questi risiedevano e officiavano in contrada Sant’Antonello, a sud del paese, vicino alla chiesa di S. Antonio Abate.

Si deve ai Benedettini la realizzazione della sacrestia, del coro ligneo e dei confessionali presenti all’interno della Chiesa Madre (Aiello, 1996).

di Gabriele Grimaldi

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Catania ricompra i suoi Casali

Nel 1645 il senato catanese si propone il riscatto dei casali venduti; per questo si impone una specifica tassa.

“L’anno 1652 la città malgrado tanti infortunj sofferti si trovò ad aver accumulato con il dazio imposto le somme per la ricompra dei Casali che potevano almeno abilitarla a chiederla. Fece la domanda, e perché avesse effetto vi s’impiego ad avvalorarla l’egregio concittadino, e illustre legista Mario Cutelli (questi nello stesso anno scriverà una memoria in spagnolo, Catania Restaurada, nella quale esporrà le ragioni di Catania in questa contesa).

Ma fu il vescovo Gusio che credendo di dover unire ai vantaggi spirituali…i temporali…andò a Palermo a sue spese; ivi…nulla risparmiò per arrivare al desiderato conseguimento; si vide trattar la causa nel Tribunale della Gran Corte, faticare, spendere del suo, domandare, implorare. Egli vinse finalmente” (Ferrara, 1829).

Il forte interessamento del vescovo Gussio, trovava fondamento nel timore che i nuovi proprietari dei casali avanzassero il diritto di subentrargli nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui dei rispettivi feudi. Il timore scaturiva dalla lettura dei contratti di vendita, grazie ai quali i compratori, come già ricordato, erano investiti dei diritti comprendenti fra l’altro, lo sfruttamento delle terre colte e incolte, i corsi d’acqua, i legnami, le decime, ecc. (Gaudioso, 1971).

La preoccupazione riguardava anche gli abitanti dei casali, che nei rispettivi baroni avrebbero potuto trovare pretese più immediate e onerose, rispetto a quelle avanzate dal vescovo.

Questi pericoli erano in ogni caso superati grazie ad un accomodamento. I casali erano stati venduti a titolo anticretico, cioè risolvibile; si doveva escludere la pretesa, da parte dei nuovi proprietari di dover subentrare al vescovo nel controllo e nell’esercizio degli usi promiscui nei boschi (Gaudioso, 1971).

Nella maggiore parte dei casi poi, gli acquirenti erano solo interessati al titolo nobiliare, e non si occuparono della gestione dei casali.

Il 17 maggio 1652 Catania domanda formalmente di ritornare in possesso dei casali. Intende riaverli “…con le loro pertinenze, nel modo e nella forma nei quali la città di Catania possedeva prima della loro vendita e al presente li detengono i loro possessori, e la città offre 149.500 scudi alle sotto indicate persone…a Domenico Di Giovanni scudi 42.500 per i casali di Trecastagni, Viagrande e Pedara dell’elenco dei già venduti in vigore degli Atti stipulati l’11 luglio e il 6 febbraio 1641” (Luog. di Prot. 364-365).

“….A Vespasiano Trigona per il prezzo del Casale di Misterbianco 12.000 scudi….a Giovanni A. Massa, o altro per esso, per San Giovanni la Punta e San Gregorio 8.000 scudi. Allo stesso, per San Giovanni Galermo, Sant’Agata, Trappeto, Plachi, Camporotondo, S. Pietro, Mascalucia e Mompileri scudi 35.000, che tutti fanno la somma di scudi 97.500; e perché si pretende che abbiano detti compratori erogato per lo jus luendi scudi 12.000 da S. M., e Regia Corte di alcuni Casali offerisce la città in tal caso che vi fosse la detta somma sborsata” (Ferrara, 1829).

Anche il parere del viceré è favorevole al reintegro dei casali “…ut casalia praedicta redducantur et redduci debeant ad eandem urbem Cathane..” (Luog. di Prot. 366). Nella risposta affermativa del Tribunale del Regio Patrimonio si accettano le tesi difese nel 1640 dal Cutelli. Con la vendita dei casali la città è rimasta priva di difesa, e ha perduto le sue rendite (Luog di Prot. 426).

Il senato catanese alla domanda di riscatto pone dieci condizioni; la più importante delle quali è: “che debba detta vendita esigersi col brachio regio, e privilegio col quale s’esigono le vendite reali per via del tribunale del Regio Patrimonio” (Luog. di Prot. 418); con questa richiesta la città pensava di tutelarsi.

I compratori rientrano così in possesso delle somme sborsate 11 anni prima, guadagnando al netto tutto ciò che era possibile guadagnare, meno le somme spese per opere pubbliche (Pistorio, 1969).

Si era intanto diffusa la notizia che gli abitanti dei casali fossero contrari a ritornare sotto la giurisdizione di Catania.

Il viceré da mandato al castellano di prendere possesso dei casali e riferire su queste voci.

Nel suo rapporto il castellano smentisce ogni atteggiamento ostile: “…io era a Misterbianco…si prese possesso non solo con quiete ma con applauso, e pubblico giubilo sonandosi le campane, e cantandosi il Te Deum. Si passò a Trecastagne, e poi negli altri casali dove anche i ragazzi cantavano viva Catania” (Ferrara, 1829).

Di diverso avviso è Alfio Longo, il quale nel libro Cenni storici su Misterbianco (1969), pubblica il contenuto di un antico manoscritto sul riacquisto dei casali da parte di Catania: “Alli 14 di maggio la città cioè tre senatori che furo: Fortunato Todisco, barone di Busciarca, don Pietro di Francesco e don Vincenzo Paternò, baroni delli Ficarazzi, andarono in Musterbianco, dove all’hora era il castellano, portando con essi molta soldatesca”.

Misterbianco era contraria a ritornare sotto l’egida di Catania, e aspirava all’indipendenza. Longo continua citando una supplica partita da Misterbianco, e inviata al viceré: “V. S. ill.ma sia servita vendere sette casali alle persone della detta città di Catania acciò detti popoli di detto casale non siano soggetti alla giurisdizione della città di Catania, stante li detti popoli di detto casale patiscono e ricevono dalli cavalieri e gentiluomini della detta città di Catania trattandoli da schiavi senza poter riportare la loro giustizia, né potere avere governo per il benefizio pubblico per servizio di Dio e di Sua Maestà, per essere detto casale discosto dalla città di Catania di cinque miglia”.

La supplica non è ascoltata. Carlo la Privitera, uno dei più influenti cittadini del paese, sostenitore dell’indipendenza del casale, è arrestato a Palermo e incarcerato (Longo, 1972). Misterbianco è occupata dalle truppe al comando dei senatori.

Altre “soldatesche” occupano Plachi e Mascalucia e “dopo delli casali di San Pietro e Camporotondo l’uomo di don Rijtano”.

Nei giorni seguenti anche i rimanenti casali sono riconsegnati alla città.

Catania mantiene i casali solo per due anni. Nel 1654, il Re ordina che i casali si rivendano agli stessi compratori di prima. “Gli abitanti di essi ne furono sommamente afflitti, e Catania ne soffrì immensa perdita, e gravissimo danno. Le disgrazie che dopo qualche tempo vennero a piombare su di essa, tennero anche lontano per sempre il pensiero di una nuova ricompra” (Ferrara, 1829).

L’insieme integrato di città e casali costituiva il terzo centro politico dell’isola. Con la perdita dei casali Catania precipiterà al nono posto per ampiezza demografica fra le città siciliane, contando appena 11.340 abitanti. La ripresa sarà lenta. Solo nel 1798 la città riguadagnerà le posizioni perdute, assestandosi in seconda posizione dopo Palermo (Ligresti, 1995).

di Gabriele Grimaldi

 

 

 

Studi e ricerche

La vendita dei Casali di Catania

Nel 1602 per ordine del viceré fu eseguito il “notamento delli nomi et numero delli casali della città di Catania” (Real Secreteria, 1602). Nel complesso la popolazione dei casali ammontò a 18.495 abitanti (Longo, 1969). Il censimento fornì alla corona spagnola il quadro della situazione demografica ed economica della zona, dal quale scaturì il convincimento che i casali potessero essere costituiti in università e venduti con titoli nobiliari (Scandura, 1978). Alcuni casali volevano rendersi indipendenti da Catania; sintomatica è la ribellione di Misterbianco (Longo, 1969). La situazione economica di Catania e dell’isola non era prospera. La regione pativa le difficoltà finanziarie della corona, impegnata in vari e snervanti fronti di guerra: quella dei trent’anni (1618-48), il conflitto nei Paesi Bassi (1621), la rivolta portoghese (1640) e la rivoluzione napoletana (1647), (Guarracino, 1988). La pressione fiscale era insopportabile e la Spagna, per evitare il collasso, dovette ricorrere ai banchieri genovesi, che avranno un ruolo attivo nella compravendita dei casali.

Tutto ciò in Sicilia, periferia di un impero ormai in declino, aveva conseguenze ancor più gravi, dovute alle carestie, alle epidemie e all’insufficiente produzione di grano per il fabbisogno interno (Hurè, 1997).

Nel parlamento del 1639, tenutosi a Messina, le magistrature catanesi fecero presente al viceré, duca d’Assumar, le disastrate condizioni delle finanze cittadine e il preoccupante spopolamento della città. Il duca “fece ordine con il quale lusingandosi di poterla ripopolare permise che per dieci anni gl’indebitati potevano liberamente stare a Catania” (Ferrara, 1829). Questa sorta di licentia populandi, finalizzata all’accrescimento della popolazione e quindi degli introiti, avrebbe potuto produrre benefici solo nel lungo periodo. Il progetto non ebbe seguito. Occorrevano altri mezzi per “sacar dinero”.

Ferrara in Storia di Catania (1829), scriveva: “…il viceré che andava dovunque cercando denaro fece risolvere dalla Giunta che si vendessero i casali di Catania. La città ne fu vivamente addolorata. Validissime furono le istanze dei catanesi, ma il tribunale del patrimonio malgrado il voto contrario dell’avvocato fiscale Mario Cutelli che come catanese difendendo l’interesse della giustizia, e della sua patria sforzossi a provare che i casali non potevano essere vendibili, decise che si vendessero”.

Nella supplica del senato catanese contro la vendita, esposta dal Cutelli, si argomentava che Catania nei casali “all’intorno avea difesa, e sussistenza”. In caso d’attacco nemico la città, priva di difese e fortificazioni, avrebbe avuto nei casali dei figli pronti a correrle in aiuto. In oltre questi fornivano viveri, legno, carbone ed ogni altra materia di bisogno alla città. Si opposero anche argomentazioni storico-giuridiche: ossia che la vendita sarebbe stata una “lesione di diritto posseduto da tempi immemorabili”, che sarebbe stata un affronto alla secolare antichità di Catania, sempre in luce per i costanti servizi prestati in ogni tempo ai sovrani; inoltre Catania avrebbe pagato così una somma enormemente superiore a quanto nel parlamento le era stato imposto “per sua tangente” (Ferrara, 1829).

Le lamentele restarono inascoltate e nel 1640 si iniziarono le operazioni di vendita. La cessione all’asta dei casali etnei, con i relativi titoli nobiliari, fu realizzata da Pietro Corsetto. Filippo IV lo nominò vescovo di Cefalù e nel 1640, gubernator della Sicilia.

Con la vendita, l’università costituente il casale era sciolta dalla giurisdizione di Catania e dichiarata terra demaniale, vale a dire regia. Si concedeva una juritate, ossia un corpo di giustizia civile e criminale (Scandura, 1978).

Per primi furono venduti i casali di Trecastagni e Viagrande, nel 1640. Li acquistò Domenico Di Giovanni, già titolare dei feudi di Saponara e Castronovo. L’anno seguente lo stesso compratore acquistò Pedara. La famiglia dei Di Giovanni era messinese, ma d’origini aragonesi; tale ascendenza si faceva risalire a Pietro Di Giovanni, tesoriere di Pietro III d’Aragona, arrivato in Sicilia dopo il Vespro, nel 1282 (Villabianca, 1754).

I primi due casali furono acquistati per 30.000 scudi, il terzo per 12.500, con un prestito suppletivo alla regia corte di 800 onze, purché non si superasse l’interesse del 12%. (Pistorio, 1969). Il Di Giovanni divenne rispettivamente: principe di Trecastagni, signore di Viagrande e barone di Pedara. L’atto di vendita formulato in un latino ridondante, ripeteva all’infinito i medesimi concetti, al fine di evitare controversie future. Nel documento si concedeva al nuovo proprietario il diritto di mero et mixto imperio cum commoda gladii protestate, nei fatti la potestà di legiferare, governare e punire; si fissavano i confini dei casali, e si garantiva la possibilità di cedere agli eredi (habere pro se suisque heredibus, et successoribus).

Si garantiva lo sfruttamento dei boschi, delle vigne, i proventi delle gabelle, i diritti censuali (iura censualia), le affittanze (loheriia) e le decime; l’acquirente aveva anche il diritto di nomina del personale degli uffici, dei giurati e dei sindaci. Tutto quello che fino a quel momento era stato di pertinenza della Regia Curia passava, omnia includendo et nihil excludendo, nel diritto di Domenico Di Giovanni. Questi, in virtù dell’acquisto, aveva diritto a tre seggi al braccio militare del parlamento siciliano (Pistorio, 1969).

Il titolare del feudo pagava alla Regia Corte di Palermo l’adoa, un contributo in denaro che sostituiva il servizio personale che i nobili dovevano pagare, oltre il rilievo, in caso di successioni nobiliari.

Con la vendita, la pressione fiscale sulla popolazione aumentò. A ciò si aggiunse nel 1647, una terribile carestia, che a Catania provocò “tumultuazioni popolari” (Ferrara, 1829). Dal 1640 si erano intensificate le riscossioni dei donativi dovuti all’erario pubblico: gabelle sulla seta, sul taglio del legname, donativo delle fortificazioni, delle galere regie, delle macine e delle regie tande. A questi donativi si aggiunsero le tasse da pagare al nuovo barone. I balzelli erano riscossi dai giurati, che costituivano l’officium juritatis urbis.

I giurati erano nominati dal viceré per proposta del feudatario. Essi amministravano il casale in sua vece, controllavano la vendita dei prodotti alimentari e riscuotevano le imposte, sia per il barone, sia per la Regia Curia (Scandura, 1978).

La permanenza di Domenico Di Giovanni nei nuovi feudi durò poco. Dopo aver apposto simbolicamente il blasone di famiglia sul palazzo di residenza e all’ingresso di Trecastagni, si ritirò a Messina, dove morì nel 1666 (Villabianca, 1754).

Finanziatore e garante del Di Giovanni fu il banchiere Giovanni Andrea Massa. Questi dopo aver finanziato l’acquisto dei primi casali, reputò più conveniente agire in proprio.

“…La famiglia Massa prende origine dalla repubblica di Genova ed è molto avanzata nel nostro regno per i feudi, e i vassallaggi, che vi possiede. Fu esso Giovanni Andrea il primo duca di questo titolo per concessione avutane dal Sermo Re Carlo II con privilegio dè 25 maggio 1667. Ottenne egli la carica nobilissima di deputato del Regno nel 1654, ed arricchì la sua famiglia con gli acquisti delle terre di San Gregorio, Trappeto…, ecc.

Comprò ancora i feudi di Bonvicino, Cattafi, e Fanaco. Cesse finalmente al fato estremo di sua vita in Palermo, e fu sepolto nella chiesa del Monastero delli sette Angioli” (Villabianca, 1754).

Nel 1642 il Massa acquistò per 32.000 scudi il casale di Misterbianco, che rivendette subito dopo a Sebatiano Trigona per 12.000 scudi, più altri 20.000 quale donativo alla Regia Corte, col titolo di marchese.

Nel 1645 acquistò i casali di San Giovanni la Punta e San Gregorio, per 8.000 scudi (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Restava un altro gruppo di nove casali, per i quali si decise la vendita attraverso un regolare bando: “Cui volesse attendere alla compra delli casali…chiamati Mompileri, San Pietro, Camporotondo, San Gioanne, Li Plachi, Sant’Agatha, Trappito, Tremisteri, Mascalcia, conforme al contratto della vendita fatto di Misterbianco con titolo di Barone per ognuno di essi… facci la sua offerta et la presenti nella corte della Regia Secrezia….che si libererà al meglio offerente…” (Luog. di Proton. 307).

L’offerta sembrava conveniente, perché era concesso per ogni casale il titolo di barone. Ma non era difficile capire che si trattava di “merce” svalutata, perché bastava acquistare piccoli casali, abitati da poche centinaia di persone per fregiarsi di un titolo nobiliare.

Le offerte furono diverse. La più vantaggiosa fu quella del banchiere genovese: “… Giovanni Andrea Massa offerisce a Vostra Eccellentia comprare….tanto per esso o persone nominande e loro eredi e successori, in perpetuum carta gratiae reddimenti li nove casali nominati di Catanea….con tutto loro integro territorio, membri e universe pertinenze che li spettano… e col loro vassallaggio, creatione di officiali, giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio, frutti, introiti e proventi per ognuno di detti casali…” (Luog. Di Prot. 305).

Massa all’acquisto pose determinate condizioni: 1) avrebbe potuto rivendere i casali a chi voleva; gli eventuali compratori dovevano essere trattati “come se comprassero dalla Regia Curia, et si intendano baroni”. 2) la Regia Corte avrebbe potuto rientrare in possesso dei casali, versando il prezzo ricevuto, oltre gli interessi e le somme dovute per i miglioramenti prodotti. 3) al contratto doveva subito seguire “l’effettiva e real possessione di tutti detti casali”. 4) il compratore offriva 35.000 onze (Longhitano, 2000).

L’offerta e le condizioni furono accettate. Si diede così via alla stipulazione del contratto, firmato il 22 dicembre 1645.

Il contratto seguiva lo schema dei precedenti: si specificavano i motivi della vendita, dovuti alla necessità di incamerare denaro a causa delle guerre del Portogallo e Barcellona.

Si attestava la separazione dei casali da ogni giurisdizione civile, criminale, possesso e dominio da Catania.

Il feudatario aveva potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria. Nell’amministrazione della giustizia non era in ogni caso immune da vincoli. Esclusi dalla sua giurisdizione erano i reati più gravi e “semper excepitis criminibus heresis et lese divine et humane Maiestatis”. (Luogotenente di Protonotaro, 83).

Il cambio di proprietà impose la demarcazione dei confini o “finàite” per ogni casale. L’incarico fu affidato al capitano d’armi Francesco Antonio Costa, che approntò anche le piantine. Costa incontrò notevoli difficoltà tecniche nel distinguere i casali di Sant’Agata, Trappeto e Tremestieri. Questi formavano un corpo intero e sarebbe stato opportuno lasciarli uniti, in un’unica realtà amministrativa. Dei tre casali solo Tremestieri vantava una certa consistenza demografica ed economica, mentre Sant’Agata e Trappeto erano di “pochissima conditione” (Luog. di Prot. 112).

Per motivi economici e politici, sia la Corte, sia il Massa, decisero di separare i tre casali (Longhitano, 2000).

Nel 1646 Giovanni Massa cedette Tremestieri a Pietro De Gregorio Buglio, che acquistò il titolo di duca. La vendita riguardò solamente il titolo feudale, perché l’utile possesso del casale restò al Massa (Distretto scolastico N° 18, 1993).

Nello stesso anno Massa vendette il casale delli Plachi e di Galermo a Girolamo Gravina Cruyllas.

Il Gravina, d’origini normanne, due anni prima aveva acquistato il titolo di principe. Successivamente, nel 1669 otterrà il marchesato di Mompileri (Incardona, 1984).

Il casale di San Pietro, acquistato da Andrea Massa, è nel 1646 venduto ad Antonio Reitano, che acquisisce il titolo di principe. Nel 1683 il titolo nobiliare passa a Francesco Pietrasanta. Nel 1774 l’investitura del titolo succede ad Egidio Pietrasanta, figlio di Francesco.

Nel 1779 il casale di San Pietro è acquistato dal nobile catanese Giuseppe Mario Clarenza. Questi all’originario nome aggiunse il proprio cognome, creando all’attuale San Pietro Clarenza (Tomasello, 1980).

Nel 1649 il marchese Diego Reitano acquistò da Antonio Reitano la proprietà del piccolo casale di Camporotondo.

Il prezzo della vendita fu di 2.800 once. Nel contratto di vendita il patrimonio fondiario non fu sottoposto ai vincoli e agli oneri feudali, ma restò esente dal servizio feudale e quindi “franco allodico con mero e misto impero” vale a dire con autorità di una o più persone (Distretto scolastico n° 18, 1993).

di Gabriele Grimaldi

 

 

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Origine dei Casali di Catania

I casali “di lu paysi di Cathania” costituivano fin dalla dominazione normanna, con la donazione fatta nel 1091, da Ruggero d’Altavilla al vescovo Angerio di Catania, la principale fonte di reddito della chiesa etnea, attraverso il taglio del legname, i pedaggi, le decime e i balzelli sui mulini; “Redditus et proventus catanensis Ecclesiae vidilicet forestam, dohanam, fundacos, ecc.” (De Grossis, 1654).

Nello stesso periodo, papa Urbano II, confermava e accresceva le prerogative vescovili: “Facendo nel 1091 un’amplissima donazione alla chiesa vescovile, seu monasteriale, nella quale allora risiedeva Angerio, abbate e vescovo di essa….di nuovo le conferma accrescendole di maggiori prerogative dando alla chiesa suddetta e per essa al vescovo e suoi successori, tutta la giurisdizione e potestà colle preminenze solite tenersi dalli Re e Principi terreni nelli lochi del loro dominio” (Longo, 1972).

In seguito a queste donazioni, la Curia estendeva i suoi tenimenta nei territori di Pedara, Trecastagni, Viagrande e Nicolosi (Gaudioso, 1929). Così erano anche gli altri casali del bosco etneo; le città erano: Catania, Aci e Paternò. La nascita e lo sviluppo in forma stabile d’alcuni casali si deve alla vicinanza con i monasteri, soprattutto benedettini. I monasteri suddetti costituivano la meta d’uomini che si dedicavano all’agricoltura e che arrivavano anche dalla Calabria. Hanno origine agricolo-religiosa le denominazioni della bassa latinità Tria Monasteria (Tremestieri), Tri Castra (Trecastagni), La Pidara (Pedara) Monasterium Album (Misterbianco); (Scandurra, 1978).

In questo periodo le notizie sui casali riguardano le controversie e le angherie sugli usi consentiti in questi territori.

Nel 1168 il vescovo Ajello mosso da pietà e misericordia verso gli abitanti dei casali, volendo porre fine agli arbitrii dei suoi predecessori, concedeva l’esercizio degli usi nei boschi etnei e l’esportazione dei prodotti entro e fuori la città. Il vescovo come contropartita riceveva le “decime” in natura (De Grossis, 1647).

Nel 1239, sotto Federico II, Catania e i casali furono reintegrati al Regio Demanio, causando la situazione paradossale di una città demaniale (Catania) priva di un proprio demanio, la quale, pur continuando ad esercitare la propria giurisdizione amministrativa sui casali, non ne aveva alcuna sul territorio degli stessi (Sapienza Pesce, 1998).

I casali, chiamati anche i “vigneti di lu paysi di Cathania” erano quelli “di la contrata di mumpileri, di sanctu petru, di la maniscalchia, di la pidara, di trimustera, di tricastagni, di santu Johanni di la punta e della contrata monti albi” (Atti dei giurati, 1447).

I conflitti sull’utilizzazione del bosco etneo continuavano. Nel XVI secolo i vescovi erano soliti disboscare i terreni appartenenti al Regio Demanio, al fine di aumentare le terre coltivabili, e incrementare così le entrate da affitti e canoni enfiteutici (Longhitano, 2000). Questa politica di sdemanializzazione dei boschi, attuata dalla mensa vescovile, era un danno per i cittadini dei casali, cui era garantito l’uso imprescrittibile di questi territori. Le legittime rimostranze delle popolazioni, che non volevano subire le angherie del vescovo, per gli usi da loro sempre esercitati nei boschi, trovarono il sostegno sia del senato catanese, sia della Corona (Gaudioso, 1971).

di Gabriele Grimaldi

 

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La storia di Mascalucia

Mascalucia affonda le sue origini in tempi remoti. Si pensa infatti che il nucleo originario della cittadina debba identificarsi nella contrada “Ombria” (oggi Ombra) dove esisteva un tempo un municipio catanese fondato da popoli cosiddetti “Ombri”, i quali verso l’anno 1000 a.C., vennero coi Siculi nella nostra Isola e sospinsero i Sicani ad occidente del fiume Imera; lo si deduce dai testi dell’Abate Vito Maria Amico e del Dottor Antonino Somma. Anche se non vi sono notizie storiche ben documentate, tuttavia dal ritrovamento di avanti di antichità romane (grossi mattoni, alcuni dei quali con grandi coperchio anche fittili, dentro cui trovarono lucerne, medaglie, monete, lacrimatoi e sepolcri con ceneri umane, etc…) l’accademico Somma poté attestare che Mascalucia fosse abitata anche all’epoca di Cesare Augusto. Fréret, nella sua Historia, giustifica la presenza degli ombri a Mascalucia nel seguente modo: “… questo popolo cacciato dai Toscani passò insieme coi Pelasgi ed i Siculi nella nostra Isola e vi posero la loro dimora”.

Intorno al 324 Mascalucia era forse chiamata Massalargia dal latino Massa (villaggio) e Largia (dono), cioè data in dono dall’imperatore Costantino alla Santa Sede. San Gregorio Magno Papa, nel 590, nella sua epistola (VII.41) ad Cyprianum fa menzione delle Masse esistenti nel territorio di Catania: “…(Marcianus) nunc habitat in Ecclesia quae est in Massalargia costituita diocesis Catanensis Ecclesiae…“, nella medesima Epistola si fa riferimento al Tempio di Sant’Antonio Abate al Cimitero. Dopo una lunga serie di vicissitudini e la cacciata dei Saraceni, sbarcati in Sicilia nell’827, i Normanni assegnarono al Vescovo di Catania un vasto territorio che comprendeva il Monte Etna con tutte le sue campagne e boschi e le Massae: “…San Giovanni galermo, Mascasia, Praci, Sampietro, Camporotondo, Rapisardo, Malpasso, Mompileri, Nicoloso, lapidara, Tricastagni, Viagrande, Sangiovanni le Punte, San Gregorio, Santa Maria Belverde,…

Nel 1169 un terremoto arrecò danni a Mascalucia, ma il paese fu presto ricostruito. Nel 1239, con la reintregra della città di Catania al Regio Demanio si venne a creare una strana situazione: Catania, città demaniale, risulta priva di un demanio proprio, giacché pur continuando ad estendere la propria giurisdizione amministrativa sui Casali, non ne aveva alcuna sui loro territori. Mascalucia faceva parte di essi, come si deduci dagli Atti dei Giurati. “…gli abitanti o vigneri di lu pajsi di Catania” erano quelli “… di la contrada di Mompileri, di Santu Petru, di la Maniscalchia, di la Picara, di Trimustera, di Tricastagni, di Sanctu Johanni di la Punta, e della contrada Monti Albi…“. Nelle “Rationes decimarum” degli Archivi Vaticani dell’anno 1308 troviamo elencata la chiesa di “San Nicola di Mascalcia“.

Dal censimento del 23 agosto 1602 risultano 230 case con 1150 abitanti: era così costituito formalmente in Casale.

  • Nel 1652 le case erano 404 e gli abitanti 1413;
  • Nel 1713 le case erano 424 e 1570 abitanti;
  • Nel 1760 gli abitanti aumentarono sino a 2376;
  • Nel 1798 contava 2506 abitanti;
  • Nel 1831 si arriva a 3151;
  • Nel 1852 sono 3491 gli abitanti.

I epoca successiva i Casali (Massae) passarono all’amministrazione civile e giudiziaria di Catania sino al 1640. Nel 1641, sotto il governo del re Filippo IV, il Casale della Terra di Santa Lucia di Catania subì non piccoli mutamenti, insieme ad altri Casali. Di conseguenza, per varie vicissitudini o meglio capricci degli spagnoli a cui la Sicilia apparteneva, i Casali furono venduti all’asta. (Nel medioevo si chiamavano Massae gli amplissimi tratti di terreno coltivati dagli agricoltori e dalle loro famiglie, donde nacque l’odierna voce siciliana massaria).

Mascalucia, il 22 dicembre 1645, fu venduta dai Regi Consultori a Giovanni Andrea Massa, ricco signore genovese. In un secondo momento egli la donò a Niccolò Placido Branciforti, Principe di Leonforte, il quale, con privilegio del re Filippo IV, in data 4 luglio 1651, venne nominato Duca di Santa Lucia o Mascalucia. Questo Casale, variamente chiamato Maschausia, Terra di Santa Lucia di Catania, Mascalcia, Mascalucia, fu insignito del titolo di Ducato.

Niccolò Placido Branciforte e sua moglie Caterina lasciarono questo Casale al loro secondogenito Francesco, il quale fu Cavaliere di San Gennaro, due volte Pretore di Palermo e, nel tempo della guerra vennuta in Sicilia con i francesi, egli si distinse per le sue gloriose imprese. Del privilegio di Ducato ne goderono i suoi cittadini sino ai primi decenni del XIX secolo. Mascalucia fa parte della Diocesi di Catania: il Vicario del Vescovo soprintende al Clero ed ha il pieno potere delle armi e siede il XVII posto nel Parlamento.

L’eruzione del 1669 arrecò parecchi danni al paese ed i cittadini, per sicurezza, trasportarono la statua di San Vito, nella sua bara di legno aurata, nella Cattedrale di Catania. Un’altra calamità naturale si abbatté su Mascalucia alle ore 4 dell’11 gennaio 1693: un terribile terremoto provocò la morte di circa 500 persone.

Il 29 febbraio 1818 un altro terremoto sconvolse il paese, nove persone morirono e parecchi danni subirono le abitazioni. Nel 1819 il re Ferdinando I elevò Mascalucia a Capo Circondario aggregandole altri paesi: San Giovanni la Punta, San Gregorio, Trappeto, Sant’Agata li Battiati, San Giovanni Galermo, San Pietro Clarenza, Tremestieri, Gravina e Massa Annunziata.

Il 1° gennaio 1840 grande importanza assunse per Mascalucia l’annessione del piccolo Comune di Massa Annunziata, avvenuta con Real Decreto del 15 maggio 1839; infatti esso divenne Comunello (frazione) di Mascalucia. Con Real Decreto del 7 marzo 1840 Mascalucia fu dichiarata “Circondario di seconda classe in provincia e Diocesi di Catania”.

Mascalucia è sede di mandamento e di Tribunale. La Pretura di Mascalucia è una delle più antiche della provincia catanese, infatti venne costituita nel 1819. A quel tempo la sua giurisdizione era maggiore di oggi e comprendeva anche il mandamento di Trecastagni.

Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso alcuni contadini, dissodando i loro possedimenti, hanno trovato monete e cocci di epoca sicuramente molo antica in contrada Soccorso, im contrada Ombra ed in contrada Trinità.

di Maria Grazia  Sapienza Pesce

Estratto da:

SAPIENZA MARIA GRAZIA, BRUNO VITO, MASCALUCIA TRADIZIONI, CULTURA E “COMU U SANNU SENTIRI A CHISTU?” CATANIA, 2006.

Studi e ricerche