In questa intervista esclusiva, Moreno Burattini (finalmente in pensione, beato lui!), ci porta dietro le quinte della sua inesauribile visione creativa, svelando origini, intuizioni e sfide di una formula narrativa che continua a rinnovare l’universo zagoriano senza tradirne l’anima. Tra sperimentazioni grafiche, libertà autoriali e un saldo legame con la tradizione, Burattini racconta come nascono progetti capaci di sorprendere tanto i lettori storici quanto le nuove generazioni.
La conversazione prende spunto dall’entusiastica accoglienza riservata dagli appassionati all’ultimo Zagor+ di dicembre 2025, Il mondo dell’incubo: un albo in cui la storia d’apertura, illustrata da Marco “Will” Villa, ha colpito per un’inedita combinazione di sceneggiatura visionaria, disegni moderni e soluzioni grafiche audaci.
Eccovi, dunque, ciò che Moreno, con la consueta disponibilità e gentilezza, ha voluto condividere con noi.
D. : Il formato delle tre storie brevi, quasi alla maniera delle Dime Novels, rappresenta una scelta forte: quanto ha influito la volontà di “scardinare” la forma classica del racconto zagoriano?
La formula della raccolta di storie brevi zagoriane risale al settembre 2017, allorché curai il Maxi Zagor n° 31 intitolato “I racconti di Darkwood”, 286 pagine che sul sito Bonelli, nella sezione shop in line, vengono presentate con queste parole: «Non un racconto unico, ma sei. La storia principale (di Burattini e Della Monica) fa da “cornice” a cinque storie più brevi, realizzate dando piena libertà creativa degli autori, anche con tecniche narrative e artistiche diverse dal solito. Autori ospiti – a parte Luigi Mignacco, Marcello Mangiantini e Gianni Sedioli – che si cimentano con Zagor dopo tanti anni (Marcello Toninelli, per anni curatore di Zagor) o per la prima volta in assoluto: lo sceneggiatore horror Paolo Di Orazio; la dylandoghiana Gabriella Contu, che diventa la prima donna a sceneggiare Zagor; Lola Airaghi, che “tradisce” Brendon e Morgan Lost per diventare invece la prima donna a disegnare Zagor; i disegnatori nathanneveriani Romeo Toffanetti e Dante Bastianoni. Un esperimento che riporta sulla scena un inaspettato villain nolittiano». Mi pare che in questo “riassunto” siano evidenziate le principali caratteristiche di un esperimento che risultò così convincente da essere ripetuto. Finché ci sono stati i Maxi (e cioè fino al n° 41 del gennaio 2021), i “racconti di Darkwood” sono stati proposti, per altre tre volte (nn° 35, 37, 39) a gruppi di cinque o di sei, contenuti in una cornice. Poi, quando i Maxi sono stati sostituiti dagli Zagor Più di minor lunghezza (190 tavole) è stato giocoforza ridurre la proposta a quattro storie brevi più la cornice. Con il n° 17, del maggio 2025, la collana Zagor Più ha ulteriormente ridotto la foliazione (126 tavole) e dunque la formula è diventata quella dei tre episodi senza cornice. Dunque, l’antologia “Il mondo dell’incubo”, del novembre 2025, è la quattordicesima di una serie che conta ormai oltre sessanta racconti brevi (tra le trentadue e le cinquanta pagine l’uno, con una forte prevalenza di quelli da quaranta). Non si tratta, dunque, di una vera novità ma del perpetuarsi di una tradizione (se qualcosa che prosegue da otto anni può definirsi tale). Una caratteristica di questa tradizione consiste proprio nella possibilità di sperimentare tecniche e impaginazioni diverse: se l’ortodossia zagoriana prevede il rispetto della “gabbia” costituita da tre strisce sovrapposte in ogni pagina, in questa nostra serie-nella-serie è data licenza, cum grano salis, di scardinare questo tipo di rigida impostazione e collocare in modo diverso, funzionale alla narrazione, le vignette nella tavola. Non solo: si può usare, se si vuole, una inchiostrazione particolare o la mezzatinta, come ha fatto Marco Villa ne “Il mondo dell’incubo”, realizzando illustrazioni davvero spettacolari. Tuttavia, faccio notare che già nel 2017, nella prima raccolta di questo tipo, Marcello Mangiantini fece lo stesso.
D.: La storia onirica del primo racconto “Il mondo dell’incubo” è audace e inusuale: che cosa ti ha spinto a scegliere un registro così distante dalla tradizione?
Ho ideato i “racconti i Darkwood” per poter offrire non soltanto ai disegnatori ma anche agli sceneggiatori la possibilità esplorare, senza uscire sconsideratamente dal seminato (beninteso), terreni non troppo battuti, e dunque offrire nuove prospettive ai lettori più curiosi. Di questa maggiore libertà ho, naturalmente, approfittato anch’io, ma non soltanto con “Il mondo dell’incubo”, ma già nella prima antologia del 2017, dove era contenuta una storia del tutto insolita, illustrata magistralmente da una Lola Airaghi in stato di grazia (ma lontana dagli stilemi tradizionali), intitolata “Brezza di Luna”, dove Zagor addirittura fa da levatrice a una partoriente indiana in una situazione estremamente cruda e drammatica. Cito anche l’insolito episodio “Sacrificio umano”, apparso sul Maxi n° 35, che aveva i disegni di Enzo Troiano. Anche lì, lo Spirito con la Scure veniva proiettato in un mondo parallelo. Esperimenti simili sono stati fatti anche da altri autori.
D.: Moreno, sei spesso percepito come uno degli autori “più classici” della testata: ti sei divertito a ribaltare questa etichetta? C’è stato un intento consapevole di sorprendere lettori e critica?
Mi pare che Zagor sia un personaggio ideato da Sergio Bonelli proprio con l’intento di sorprendere i lettori con avventure dei generi più disparati. Soltanto per citare un paio di esempi, non fu forse sorprendente l’introduzione dei vichinghi nella serie? O il collegare Hellingen con gli Akkroniani ma anche con la magia dell’Eroe Rosso? Proprio in ossequio a questa valenza multiforme dello Spirito con la Scure vanno letti i miei sforzi per scovare sempre qualcosa di nuovo, anche a costo di andare a volte un pochino “fuori registro”. Ma dato che lo faceva anche Nolitta, mi sembra che, continuando a provare a farlo anch’io, mi si possa ritenere ugualmente “classico”. Peraltro, ho sempre pensato che Zagor potesse affrontare qualsiasi genere di avventura, se condotto entro binari nolittiani o comunque di ragionevole buon senso. Del rispetto della tradizione (pur rinnovata dall’obbligo di tenersi al passo con i tempi) mi sono sempre fatto garante, ma ciò non mi ha impedito di affrontare per primo il tema dell’omosessualità, tanto per fare un esempio (quello di un racconto illustrato da Franco Saudelli, “Harbour Ranch”).
D.: Il panorama editoriale attuale è segnato dal contenimento dei costi e dall’ammortamento delle “perdite”: quanto queste condizioni hanno pesato sulla decisione di osare di più?
I conti economici e i diagrammi delle vendite li ho sempre lasciati agli amministratori, ritenendo che lo staff creativo dovesse occuparsi della creatività. Ho partecipato a decine di riunioni in cui mi sono stati mostrati alcuni dati, di cui ho preso atto, e ho perlopiù ricevuto complimenti e incoraggiamenti per i risultati ottenuti in contesti sempre più difficili. Quando mi è stato chiesto di mettere in cantiere una miniserie o cambiare la foliazione di certe collane, l’ho fatto, e in passato sono uscito dalle riunioni avendo convinto i dirigenti della bontà di certe mie proposte o controproposte. Ho lasciato il mio ruolo di curatore con Zagor che era (ed è) in salute: dodici uscite regolari mensili più undici extra. Del resto non avrei potuto rimanere per diciotto anni a fare da editor se non avessi fatto qualcosa di buono. Quindi, venendo alla domanda, l’ “osare di più” non dipende da voler tamponare falle o limitare le perdite (guai che comunque lo Spirito con la Scure deve fronteggiare insieme a tutti gli eroi del fumetto, senza trovarsi in condizioni peggiori di altri), ma soltanto dal seguire un istinto, una ispirazione. Come, del resto, ho sempre fatto. Peraltro, a volte ho la sensazione che per non perdere lettori bisognerebbe osare di meno. Che brutta cosa.
D.; La collana Zagor+ sembra un vero laboratorio creativo: quanta libertà ritieni di avere ora, visto che sei andato in pensione, rispetto al passato?
Ribadisco che Zagor Più prosegue il percorso dei vecchi Maxi. Tuttavia la maggior libertà va intesa come un voler offrire una offerta differenziata, per quanto possibile, alle varie tipologie di lettori. E’ come passare nelle edicole con un vassoio di cioccolatini: ognuno sceglierà quello che preferisce e noi speriamo di venderli tutti. Riguardo l’essere più o meno libero da adesso che sono da poco pensionato in poi, mi pare che se andrà bene lo sarò allo stesso modo, se andrà male i tempi bui dell’editoria imporranno dei paletti o il rispetto di certe direttive. Vedremo. In ogni caso non farò nulla che non sia stato concordato con Antonio Serra e approvato dalla Casa editrice. Ero e resto aziendalista, nella buona e nella cattiva sorte.
D.: Nel primo racconto compaiono citazioni cinematografiche molteplici e stratificate: da quali opere sei partito e come hai scelto quali integrare nel flusso onirico?
Il punto di partenza per “Il mondo dell’incubo” è stata la domanda da me fatta a Marco Villa subito dopo che lui ebbe finito di disegnare un racconto di cinquanta tavole sempre realizzato insieme, intitolato “Il picco” (Zagor Più n° 17). Un racconto, peraltro, premiato da uBC come miglior storia breve del 2024. Chiedo a Marco se vuol disegnare ancora qualcosa scritto da me e, nel caso, quale tipo di avventura avrebbe voglia di illustrare. Villa risponde: “Avventura fantastica. Fammi fare dei mostri!”. Tutto qui. Il giorno dopo mi sono messo a pensare a come accontentarlo e a fare una cernita delle creature fantastiche che avrei potuto inserire in una storia di Zagor senza farla sembrare ripetitiva. Mi sono venuti in mente gli pterodattili e i mammuth e documentandomi ho scoperto che durante il Pleistocene superiore l’area dell’attuale New York era popolata da mastodonti. Collegare Manhattan con la Statua della Libertà e con “Il pianeta delle scimmie” è stato immediato. Il resto è venuto da sé. L’unica difficoltà è stata trovare il modo di giustificare gli elementi sorprendenti del racconto, ma mi pare che la cosa sia riuscita.
D.: Le mezze splash page e l’impianto visivo risultano particolarmente potenti: come si è svolta la collaborazione con Villa? La sceneggiatura è stata influenzata dal suo stile o viceversa?
Avendolo visto all’opera con “Il picco”, e dunque dopo aver avuto ampia certezza della sua capacità di impaginare le vignette in modo visionario ma narrativamente funzionale, ho lasciato a Marco la piena libertà, pur guidandolo e consigliandolo. Villa mi ha proposto i suoi layout e gli storyboard, li abbiamo discussi e modificati dove occorreva, poi si è trattato di aggiustare il tiro in qualche particolare delle chine, ma tutto, a livello di disegni, è partito da sue proposte. Il talento di Marco è, in parte, di origine genetica: suo padre è, infatti, quel Claudio Villa che dal 1994 firma le copertine di Tex (e ne disegna alcune storie). Ma il percorso artistico del figlio non ha seguito pedissequamente le orme paterne e si può dire che il ragazzo (tutto sommato lo è ancora, essendo nato a Erba, vicino a Como, nel 1992) si è fatto da solo, frequentando prima il Liceo Artistico poi una Scuola del Fumetto e assecondando un suo naturale desiderio di narrare. “Inizialmente volevo fare il regista cinematografico”, spiega, “affascinato dall’idea di trovare le inquadrature giuste per raccontare le storie”. Poi la voglia di esprimersi attraverso il disegno ha preso il sopravvento, conducendolo a esordire nel 2013 con il graphic novel “Unico indizio le scarpe da tennis” (Re Noir), realizzato con Sergio Gerasi. Prima di arrivare a Zagor, Marco è passato attraverso una storia di Dampyr.
D.: Oggi una storia così è accolta con entusiasmo, mentre anni fa “avrebbe fatto gridare allo scandalo”: come percepisci l’evoluzione del pubblico? Sta diventando più aperto o semplicemente più bisognoso di novità?
Il pubblico di cui si possono registrare entusiasmi o delusioni è solo quello dei commenti sui social, e le dinamiche che si evolvono in queste piattaforme mi sono oscure. Ci saranno di sicuro fior di esperti in grado di monitorare le opinioni, così come influencer capaci di indirizzarle. Sono cresciuto e mi sono formato leggendo recensioni, articoli, saggi di esperti e storici del fumetto come Gianni Brunoro e Luca Boschi (solo per fare due nomi), mal mi orizzonto nel mare magnum degli youtuber e dei forumisti. La cosa buffa della tecnologia che domina la nostra esistenza è che da piccolo il mondo me lo spiegava mio nonno, da adolescente me lo spiegava mio padre, da grande e da anziano il mondo me lo spiegano i miei figli. In pratica è una vita che non ci capisco niente.
D.: Dopo un esperimento così riuscito: quali territori inesplorati vorresti ancora portare in Zagor?
Lasciatemi la soddisfazione di sorprendervi.
Chiosa finale. Con la promessa di nuove sorprese e l’energia di chi non ha mai smesso di credere nella forza delle storie, Moreno Burattini ci lascia sull’orlo del prossimo mistero. Se questo viaggio nell’incubo ha acceso la curiosità, preparatevi: l’avventura, con lui, non è mai davvero finita.
