In un video dell’agosto 2025 diffuso online da Crimini dimenticati, eccellente canale Youtube che si occupa di cold-case, la dr.ssa Daniela Cataldo, eccellente criminologa conosciuta come Dottor Cat su Facebook, propone un’interpretazione suggestiva del caso di Antonietta Longo, nota come la “Decapitata”: quella del possibile coinvolgimento di un serial killer “itinerante”. Le sue dichiarazioni risultano chiare, piacevoli da seguire e stimolano l’ascoltatore ad aprirsi a una prospettiva affascinante e insolita.
Tale ipotesi, pur risultando attraente soprattutto per il pubblico social, non è però inedita. Era già stata considerata nel volume “Io sono Antonietta”, dove si accennava ad alcuni possibili collegamenti e si riportavano episodi curiosi. Anche gli investigatori dell’epoca avevano percorso la miriade di alternative legate a una possibile presenza di un pazzo furioso a cui erano saltate le valvole cerebrali, ma tuttavia, nessuno di questi spunti ha mai trovato riscontri concreti e non esiste proprio nulla che indichi il contrario e giustifichi la tesi (finora!). L’unico strumento in grado di chiarire con maggiore solidità eventuali connessioni resterebbe il fascicolo originale del caso, ammesso e non concesso che sia mai esistito o che sia stato volutamente occultato e/o distrutto) che, se ritrovato e letto, potrebbe indicare con certezza, ipotesi e, forse, una traccia e nomi sinora ignoti. Oppure potrebbe avvalorare teorie e ipotesi che, a tutt’oggi, restano sempre e solamente tali. Le analogie tra il delitto Longo e gli altri episodi citati dalla criminologa (Padova,Veneto,Basilicata), sebbene distanti temporalmente dal caso di Antonietta, appaiono indubbiamente intriganti e offrono un’interpretazione alternativa che arricchisce il dibattito. Lo stesso identikit dell’assassino delineato dalla dottoressa Cataldo, che combina tratti psicologici e comportamentali del presunto serial killer, risulta inquietante ma al tempo stesso eccitante. Resta però un punto fermo: senza voler mettere in discussione le competenze della d.ssa Cataldo, permane in me un ragionevole scetticismo. L’ipotesi del serial killer itinerante, affascinante sul piano teorico, non può essere accolta come soluzione plausibile in assenza di dati e prove verificabili.
Per diversi motivi.
Esiste una narrazione sui serial killer che affascina e cattura il pubblico, alimentata da ciò che si vede in TV o al cinema: trame intricate, assassini feroci, piani diabolici, marchingegni elettronici capaci di far emergere indizi dal nulla, investigatori e criminologi che non sbagliano mai, mentalist pieni di intuizioni sorprendenti. Un intero apparato pensato per fare spettacolo e conquistare audience.
Il risultato è che molti credono che la realtà funzioni nello stesso modo. Invece, la cosiddetta banalità del male è quasi sempre elementare, grossolana, visibile. Molti casi risultano persino di facile soluzione: è il sensazionalismo mediatico a trasformare indizi banali in rivelazioni eccezionali, alimentando aspettative e clamore. Forse la dottoressa commette l’errore (non voluto, certamente) di voler “cucire” attorno al caso della Decapitata, un abito postumo che avvalori la teoria del SK. Quindi fornendo un’ipotesi all’incontrario e una valutazione a ritroso delle poche certezze che si hanno: metto il serial killer, creo le analogie, controllo i casi di decapitazione femminile, fornisco un profilo generale e così via. Mi sembra tutto molto didattico e strutturato. Ho studiato il caso di Antonietta, per tanto tempo, seguendo esclusivamente la cronologia dei fatti, senza fare nessuna supposizione iniziale, ma seguendo il trend della narrazione e dei fatti accertati. Forse la mia metodica, senza offesa alcuna, seppure priva di scientificità, è un percorso più concreto e affidabile.
Arrivo al casus belli.
Concordo con la dr.ssa Cataldo quando afferma che non esiste una vera e propria scena del crimine, ma soltanto il luogo del ritrovamento dei resti della povera Antonietta. Su questo punto mi trovo perfettamente allineato.
Secondo me, infatti, Antonietta non è morta sulle rive del lago Albano (e sottolineo morta, non uccisa ) ma vi è stata trasportata in un secondo momento, con l’obiettivo di occultarne il corpo e renderne difficile l’identificazione.
Tuttavia, la mia ipotesi e quella della dottoressa si fermano qui: più ascoltavo le sue dichiarazioni, più mi appariva evidente come le nostre ricostruzioni fossero, in realtà, opposte.
La dottoressa osserva l’incompatibilità tra le coltellate inferte alla schiena di Antonietta e una morte che, con ogni probabilità, sarebbe invece avvenuta in posizione ginecologica, durante un aborto clandestino. Una domanda allora sorge spontanea: perché infliggere quelle coltellate? Qual era il senso? La risposta, a mio avviso, è semplice: per depistare.
Se una donna muore durante un aborto forzato, praticato contro la sua volontà, l’unico modo per sviare le indagini è inscenare un’altra dinamica: attribuire la colpa a un presunto maniaco sadico, inventare lo spettro di un assassino feroce e fuori controllo. In questo scenario, le coltellate sulla schiena diventano parte della messinscena, un elemento aggiunto per rafforzare la finzione di un delitto efferato, compiuto da un folle. Non basta: il corpo stesso andava fatto ritrovare in condizioni tali da orientare subito gli investigatori verso una pista preconfezionata. Un delitto “ovvio”, pronto per essere archiviato senza troppe domande. Nel mio libro utilizzo i termini “crimine” o “delitto” così come riportati dai giornali, ma la mia ipotesi è diversa: Antonietta non fu uccisa da un maniaco, bensì morì a causa di una pratica abortiva disastrosa. Dopo la sua morte, un gruppo di uomini, probabilmente manovrati proprio da chi l’aveva messa incinta e voleva nascondere il fatto per banali motivi di decoro personale, si adoperò per costruire una versione artificiale dei fatti. Una regia criminale che prevedeva anche le coltellate, necessarie a dare consistenza al depistaggio. Le coltellate, quindi, furono inflitte altrove. La testa mozzata, pure, non fu recisa sulle rive del lago Albano e con ogni probabilità venne distrutta per cancellare prove decisive. Non vi sono schizzi né tracce compatibili con una mattanza sul luogo del ritrovamento: quel che appare evidente è che le rive del lago costituirono solo il teatro finale, l’ultima scena di una trama studiata a tavolino.
Passo ora ai cosiddetti casi “analoghi” citati dalla dottoressa Cataldo.
Si tratta di episodi di donne decapitate che, a prima vista, sembrerebbero richiamare la vicenda di Antonietta Longo. In realtà, le somiglianze si fermano qui. Quei casi, infatti, sono troppo distanti nel tempo, in contesti geografici diversi dal Lazio e persino lontani tra loro, senza alcuna connessione o concentrazione temporale come di norma accade nei delitti seriali. La memoria corre al Mostro di Firenze, a Donato Bilancia, fino al raccapricciante caso di Jeffrey Dahmer: figure che agivano entro un perimetro conosciuto, il proprio territorio. Il serial killer si muove dove è a suo agio, in un ambiente che conosce a fondo. Non attraversa il mondo per uccidere in Australia o in Brasile. E se anche lo facesse, verrebbe notato subito: in un posto dove nessuno ti ha mai visto, sei visibile come una lampadina accesa nel buio; in un contesto in cui sei parte della comunità, al contrario, passi inosservato.Per questo non mi convince l’ipotesi di un serial killer “itinerante”. Diverso sarebbe se mi venissero forniti dati concreti a supporto della tesi di un killer “stanziale”: in quel caso, la valutazione potrebbe cambiare.
Un’ultima precisazione riguarda la questione temporale.
La dottoressa Cataldo sostiene che il presunto serial killer fosse un uomo di circa 30-40 anni, colto e affascinante, capace di illudere giovani donne con promesse di matrimonio per poi estorcere denaro e, infine, eliminarle quando queste, accortesi dell’inganno, minacciavano la denuncia. In quel momento scattava la furia omicida. Secondo la sua ipotesi, il killer avrebbe colpito nel 1955 (caso Antonietta), nel 1972 e persino nel 1980. Facendo due conti: se nel 1955 aveva 30-40 anni, nel 1972 ne avrebbe avuti 47-57, e nel 1980 addirittura 55-65. Difficile immaginare, a quell’età, la possibilità di sedurre giovani donne con promesse di matrimonio, se non fossero state del tutto sprovvedute.
Pur ritenendo questa teoria poco solida in alcuni punti, devo riconoscere che la dottoressa non è lontana dal vero quando afferma che, sull’ombra di un serial killer, nel caso di Antonietta, vi sia qualcosa di concreto. Quell’ombra ha un nome: Massimo Baldassarri. Accusato dell’omicidio della dattilografa Gemma Allegrini (di Roma!), Baldassarri fu preso in considerazione anche in relazione al caso Longo. Si ipotizzò che fosse lui il giovane che aveva accompagnato Antonietta in una sartoria romana. Il sospetto nasceva dal fatto che Ninetta frequentava spesso il negozio di frutta del padre di Baldassarri, legame che lasciava supporre una conoscenza indiretta. A rendere più inquietante la vicenda, le analogie tra i due delitti: sia Antonietta sia Gemma furono uccise con un’arma da taglio, e di entrambe si scrisse che avevano conosciuto un giovane che si spacciava per agente segreto. La stessa menzogna che Baldassarri aveva usato con la Allegrini poco prima di ucciderla. Talaltro il caso della Allegrini è del 1958, tre anni dopo Antonietta, accade a Roma (quindi sul territorio se Baldassari è davvero un SK) e ha, questa volta SI, una sua valenza investigativa.
La trama assunse i contorni di una crime novel quando, tra gli oggetti personali di Antonietta, furono rinvenuti un quaderno e alcuni romanzi gialli. Uno di essi riportava una dedica “Ad Antonietta” firmata con la sigla M.B. (Massimo Baldassarri?). Ma, per assenza di riscontri, anche questa pista si spense.
Ecco perché, dissento in parte dall’ipotesi della dottoressa Cataldo, non mi considero un tuttologo bensì un appassionato e, mi si permetta, competente conoscitore di questa storia. Proprio per questo motivo, però, sono convinto che la sua tenacia e la sua volontà possano rappresentare la vera svolta.
Sono pronto a essere smentito, perfino deriso, se la dottoressa, trovando il fascicolo e riuscendo a far riaprire le indagini, giungesse davvero alla soluzione del caso Antonietta Longo. Sarò sempre il primo a sostenerla, ad applaudirla e a riconoscere che laddove tanti hanno fallito, lei avrà finalmente vinto.
Unitamente agli applausi di Antonietta che arriveranno da qualche remoto luogo dell’universo.
Giuseppe Reina
Autore de “Io sono Antonietta”