Studi e ricerche - Febbraio 27, 2017

I fatti del 1943 di Pedara e Mascalucia

Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione nel 1977 del saggio-inchiesta del giornalista Graziano Motta che, incaricato dalle Amministrazioni comunali di Mascalucia e di Pedara, ricostruì una pagina di storia locale poco conosciuta, quella dei “Vespri del ’43” e che anticipò lo spirito della Resistenza partigiana del Nord Italia. L’autore descrive le vicende della Resistenza contro i […]
Di Giulio Pappa

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Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione nel 1977 del saggio-inchiesta del giornalista Graziano Motta che, incaricato dalle Amministrazioni comunali di Mascalucia e di Pedara, ricostruì una pagina di storia locale poco conosciuta, quella dei “Vespri del ’43” e che anticipò lo spirito della Resistenza partigiana del Nord Italia. L’autore descrive le vicende della Resistenza contro i tedeschi nell’area etnea e in particolare dei fatti avvenuti a Pedara e Mascalucia. In questa sede, tralascerò di raccontare l’esperienza pedarese e mi soffermerò invece nell’analisi degli aspetti legati alla nostra Mascalucia.

Era il 3 agosto 1943 quando avvenne la sollevazione spontanea dell’intera comunità contro la sopraffazione dell’alleato germanico. Il fascimo era già stato rovesciato il 25 luglio e il nuovo governo Badoglio confermava la prosecuzione della guerra al fianco della Germania nazista nel tentativo di prender tempo per contrattare una tregua con gli avversari. La Sicilia sarebbe stata liberata il 16 agosto. Eppure, la notte precedente l’episodio così come tutte quelle precedenti, a partire dal 13 luglio quando il campo di battaglia raggiunse la Piana di Catania, lo spettacolo che si osservava da Mascalucia ad un’altitudine di 600-700 metri era agghiacciante. Colonne di denso fumo nero,  boati, scoppi improvvisi e un sottofondo quasi ininterrotto di sorde esplosioni era quanto si presentava agli spettatori sulle pendici dell’Etna.

“Il motivo occasionale fu dato dai cavalli che tre tedeschi volevano portar via agli Amato, sfollati a Mascalucia dove avevano un villino. I tre spararono a freddo ad uno degli Amato, che fu colpito a morte; un loro nipote, Gianni, fu ferito alla coscia”. La famiglia era titolare di un’armeria ed avendo molta merce anche a Mascalucia ne fece uso rispondendo con le armi e distribuendone a quanti ne fecero richiesta. Così cominciarono ” le quattro ore di Mascalucia”. Fu guerra aperta contro qualunque elemento germanico che si vedeva. Dai tetti, dai vicoli, dal campanile della Chiesa Madre, insomma si sparò dappertutto.

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(Il villino degli Amato da dove cominciò l’insurrezione)

Non si seppe nulla dei tre tedeschi che erano andati dagli Amato per i cavalli, né si può dire con certezza quanti ne caddero in totale. Chi disse cinque, chi sette. E per fortuna. Infatti per un solo soldato morto tedesco a Pedara ci furono 13 ostaggi come rappresaglia. Probabilmente i corpi dei nemici furono seppelliti nelle campagne e nei terrenti. Oltre al civile, i tedeschi uccisero anche un soldato italiano, di una delle due postazioni di stanza a Mascalucia. Costui era “Francesco Wagner, di Maria, di anni 22, da Mantova”. Così fu scritto nell’atto ufficiale di morte registrato al Comune. Egli, così come è raccontato nella testimonianza di Andrea Consoli raccolta nell’inchiesta di Graziano Motta, fu ucciso da un soldato tedesco che era stato catturato dallo stesso Wagner approfittando di un momento di disattenzione. Il prigioniero non era infatti stato disarmato dal soldato italiano, forse per evitargli una forte umiliazione. Quest’azione però costò cara al giovane militare.

di Giulio Pappa

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(L’atto di morte nei registri parrocchiali di Mascalucia)

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